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Mezzi morti, Calcutta – Viaggio in India (parte seconda)

08/09/2018.Vittorio Parpaglioni.9 Likes.0 Comments

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Non andartene docile in quella buona notte. Infuriati, infuriati contro il morire della luce.”

Mette paura la sola possibilità di poter descrivere Calcutta. Non saprei da dove cominciare.

25 e 26

Il 25 mattina siamo scarrozzati qua e là da un ragazzo che ci ha presi alla stazione. Mezzi morti, girovagando per una strada piena di hotel dove siamo stati lasciati, finalmente riusciamo a trovare l’hotel consigliatoci dalla Lonely Planet. Gli hotel che per il nostro budget sono cari, e che lo sarebbero anche per il resto dell’India che abbiamo visitato finora, a Calcutta sono i più fatiscenti. E la puzza del nostro ci è entrata in corpo dal momento in cui ci abbiamo messo piede.

Quando il 25 sera usciamo veramente per le strade di Calcutta, l’aria è strana, e i volti della povertà sono segnati dalla tristezza, da una malattia dell’anima che non avevamo mai visto, o ancora peggio percepito. La povertà di Calcutta conosce la ricchezza, e soffre il doppio nella sua impossibilità. Enormi palazzi degni dell’alta borghesia newyorkese fanno da sfondo a famiglie che vivono sui marciapiedi. Ci siamo chiesti più volte perché questa città abbia due facce, due facce che si guardano intensamente negli occhi. E la faccia della povertà è muta, e capace di espressioni terribili; mentre quella della ricchezza parla a bassa voce, ma una volta giratasi ride a squarciagola.

Qualche giorno prima avevo scritto a un conoscente, perché sono già stato qui due anni fa.

Kallol è di Calcutta e avrà sulla cinquantina e si occupa di volontariato. Il 27 dopo pranzo ci vediamo per andare nel nuovo bar che ha aperto, gestito da ragazzi malati di HIV che provengono da uno dei centri da lui fondati. Chi è stato salvato dalla povertà e dalla malattia, ma ha visto entrambe bene in faccia appena aperti gli occhi, ha gli stessi sguardi dolci della strada, ma non ha acquisito una consapevolezza dell’innocenza.

Abbiamo chiacchierato. Abbiamo organizzato qualche visita ai centri. Gabriel si è offerto di dare qualche lezione di musica ai bambini. Kallol ci ha presentato sua moglie e sua figlia, soprannominata Mampu, la quale ci ha proposto di portarci in giro, di farci vedere Calcutta. Abbiamo accordato per il giorno dopo.

Calcutta è più sporca delle altre città, e anche se non siamo troppo schizzinosi non abbiamo il coraggio di fermarci agli street food. Quindi abbiamo trovato dei ristoranti che sembrano l’occidente plasmato. Mangiamo con molti indiani, tutti ben vestiti. Dai vetri vediamo anziani in stracci trasportare sacchi pesanti.

27

Bisogna essere un po’ ipocriti passeggiando per Calcutta, altrimenti si passerebbe il tempo ad asciugarsi le lacrime.

Incontriamo Mampu alle dodici e quarantacinque, in ritardo di quarantacinque minuti dopo aver sperimentato l’intenso traffico dell’ora di punta. Mampu è molto gentile, ha sempre il telefono in mano, parla un ottimo inglese, è non poco in carne, e sembra un paradosso vedere lei, indiana, andare in giro per le strade di Calcutta, tra indiani, che non sanno nulla del suo modo occidentale, quasi americano, di esclamare, di rispondere ai sorrisi, di rapportarsi con gli altri. Andando in giro con lei abbiamo pensato di essere con un’amica italiana che si è trasferita da tempo a Calcutta. Dopo aver intravisto la casa di Tagore siamo andati a mangiare in un posto ricercato, e abbiamo speso molto rispetto alla media della città. Siamo stati portati nel quartiere universitario. Quando un ragazzo ha messo le mani sugli occhi di Mampu, girata, e poi si sono salutati, mi è parso di essere tornato a Bologna. Una sala da caffè piena di ragazzi, dove è possibile fumare, ampia e con quadri alle pareti, dove ci ha detto Mampu fossero avvenuti e avvengono tutt’oggi grandi discorsi filosofici tra intellettuali, mi ha ricordato Parigi negli anni ruggenti. Eppure, appena entrati, io e Gabriel abbiamo sortito subito la curiosità di molti.

La giornata con Mampu si è conclusa sulla nostra richiesta di vedere un film di Bollywood. La macchina Uber (ci siamo mossi solo così) ci ha portati sotto un enorme centro commerciale in vetri neri e scoscesi. Famiglie indiane facevano acquisti. Le ragazze erano vestite in jeans. Saranno stati sei o sette piani tutti raggiungibili con scale mobili. All’ultimo c’erano sei sale per il cinema. Non avevo mai visto un cinema così curato, dei bagni così puliti e architettonicamente complessi. In sala eravamo solo noi tre. Avevamo poltrone telecomandabili in pelle. Andavamo su e giù, dalla posizione classica all’essere sdraiati come su un letto. Non mi soffermerò molto sul film che era un Natale da qualche parte nella versione bollywoodiana.

Scesi giù, abbiamo preso del chai da un vecchietto che trasportava una caraffa e qualche bicchierino di cartone. Abbiamo visto un’altra Calcutta, e abbiamo ringraziato Mampu per questo. In macchina, tornando, ci siamo chiesti se effettivamente fosse questa la tipica Calcutta di Mampu, che tuttavia aveva camminato anche lei per le strade; se fosse la tipica Calcutta, quella che torna alla memoria quando ci si pensa, delle tante famiglie potremmo dire “felici”, nel significato più banale del termine, che abbiamo visto girovagare annoiate per il centro commerciale.

Abbiamo chiesto all’autista di lasciarci poco prima dell’hotel. Due signore, vestite colorate che vivevano lì per strada, ci hanno fermati, come ci succede spesso. Dopo qualche parola, una delle due dice di conoscermi, dice che le ho regalato dei vestiti tempo fa. Allora mi accorgo che siamo nella strada dove si trovava l’hotel dove soggiornavo. Ci ricordiamo che mi fece un henné sulla mano; le ricordo che litigò con sua sorella, l’altra signora, perché avevo chiesto a entrambe di farmelo. Avranno entrambe una cinquantina d’anni. Sono furbe, come chi conosce bene i turisti e la strada. Ma anche se ci chiederanno i soldi, hanno un particolare sentimento materno nei nostri confronti.

E’ mezzanotte, ci sono poche macchine. Ci fanno sedere su un pezzo di cartone che una delle due trasporta qua e là. Ci prendono le mani e disegnano. Quando arrivano altri, Geeta, che mi ha riconosciuto, racconta a tutti del nostro primo incontro. Sembra contenta, come se alla fine si possa stringere un sentimento con quei tanti turisti che passano.

Sotto una luce blu elettrico, ogni tanto si fermano dei ragazzi che ci salutano; alcuni che vendono erba a Gabriel, pieno come il miglior fattone. Passa uno in moto, il boss della zona ci dicono, e tutti si girano dall’altra parte pur di non guardarlo negli occhi. Ce ne andiamo con i nostri henné sulle mani.

28

Passeggiare tre ore per le strade di Calcutta pesa sul corpo e sulla mente come un mese di lavoro incessante.

La notte i cani abbaiano e cercano finalmente di giocare con gli uomini, che li cacciano, li maltrattano, a bastonate e botte. I cani sono l’apoteosi della povertà di questo luogo. Se i bambini, le madri, ancora, spesso, possono riconoscersi allo specchio, i cani – altra faccia dell’uomo lasciata al vagabondaggio più amaro – hanno zampe spezzate, occhi cavati, carne mutilata per la quale non si distingue più il colore originale del pelo. La spazzatura è il loro cibo. Se l’uomo non ha tempo nemmeno per se stesso, i cani sono costretti a tornare lupi, ma in queste metropoli senza alberi non ne hanno possibilità.

La notte i corvi gracchiano, le ultime macchine suonano, qualcuno tossisce forte. Qualche uccello canta a non si sa cosa e non si sa perché. Dalla finestra della nostra stanza, in mezzo ai topi morti della strada e i cani stanchi, vediamo alcuni uomini dormire sui loro risciò, o ancora sulle carrozze che portano a braccio durante il giorno. Uomini settantenni, o magari cinquantenni con la faccia da settantenni, con la schiena distrutta e le gambe scheletriche. Famiglie dormono in baracche improvvisate sui marciapiedi. Riconosciamo alcuni che ci avevano salutato durante il giorno. Quando alle quattro la moschea più vicina canta, noi ci siamo addormentati da poco.

Il 28 mattina quando ci svegliamo Kallol non ci ha ancora fatto sapere per la visita ai centri. Il giorno prima Mampu ci ha detto che sarebbe stata occupata. Decidiamo allora di visitare gli slum.

Nessuno sembra conoscere gli slum, o meglio: nessuno sembra conoscere la parola “slum”. Quando chiediamo al nostro uber-man, ci chiede il nome della strada, il quartiere. Allora diamo un’occhiata su internet e pare che agli Babu Bazar, in prossimità del fiume, ci siano delle baracche abitate che google chiama slum.

I Babu Bazar sono dei mercati di indiani per gli indiani, e il turista passa quasi inosservato per la vendita della merce. Si respira un po’ di più il sentimento della povertà, ma forse ci illudiamo. Tra i tanti vestiti colorati alzati da donne e uomini, e baracchini che vendono tè e caffè e chai in mezzo al fango provocato dai monsoni, ci inoltriamo in una via sporca e vuota. Alla fine di questa c’è un palco in legno decorato di rosso verde giallo, come un circo enorme. Sopra dei bambini che giocano; e ci vedono; e quando ci vedono cominciano a saltare, a ballare e a indicarci ridendo. Sembra un piccolo paradiso che per qualche secondo chiude gli occhi dei più piccoli.

Cominciamo a camminare verso il fiume. Vedendo alcune casette in legno pensiamo di aver trovato gli slum, ma alcuni ragazzi, divertiti dall’averci trovati lì (due bianchi turisti, a casa loro!), ci dicono che non possiamo entrare nella zona abitata, perché lì ci sono le donne. Allora ci portano più avanti, su un ponte con una bellissima vista sul fiume poco prima del tramonto. Ci chiedono di farli delle foto e poi ci scambiamo i numeri. Proseguiamo. Poco più in là troviamo una grande piazza sterrata, quasi nascosta dietro ad alcune case. Molti bambini giocano con gli aquiloni; e poi dei ragazzi fumano seduti su un muretto; e delle ragazze che chiacchierano come delle comari, con forse la loro madre, tutte in cerchio e con neonati in braccio.

Alcuni bambini ci notano. Pochi di loro si avvicinano. Poi le ragazze che da lontano, vergognose, ci fanno delle foto. Poi sono trenta i bambini, e anche i ragazzi si alzano dai loro muretti e nessuno gioca più con gli aquiloni. Siamo la nuova attrazione. Il nuovo gioco che è fatto solo di curiosità. Chi si mette in posa per delle foto; chi dei più grandi parla inglese e ci chiede da dove veniamo. Chiedo loro dove abitano e mi indicano alcune baracche là dietro, segnate da numeri. Adesso sono molti che ci circondano. E non c’è bisogno d’altro per loro e per noi. Potremo rimanere tutta la sera. Mi ha ricordato le popolazioni sudamericane alla vista dei primi spagnoli. Ma qui non c’è alcun tipo di paura e riverenza. Solo un certo rispetto, come un bambino difronte al proprio padre che ammira e vorrebbe essere.

Anche se siamo felici, di una felicità vera e percepibile, andiamo via perché si sta facendo tardi.

<< Questi non sono i veri slum >>. << Andremo domattina >>.

29

A volte ho la sensazione e la paura che un’immagine terribile possa palesarsi davanti a me. Anche nella nostra stanza d’albergo. Un’immagine che creata da Calcutta arriva alla mia testa.

I monsoni rapidi e fastidiosi non portano via il caldo della città. Ne aumentano invece l’umidità e sudiamo senza un filo di vento la mattina del 29. Cadiamo in un lungo giro per arrivare alla metro vicino all’Indian Museum che ci porterà a Girish Park, stazione vicina agli slum. Gli indiani sembrano non conoscere la città e ci mandano da una parte all’altra a vagare come ossessi nel caldo delle undici. Gli stessi tassisti e Tuc tuc boys non sanno che diavolo dirci, e quando ci accompagnano chiedono ai passanti che sembrano tutti loro amici o ancora di più fratelli.

Alle tredici un Tuc tuc ci porta da Girish Park agli slum in prossimità del fiume (gli slum veri in prossimità del fiume vero, non come il giorno prima).

A destra e sinistra di una ferrovia, dove la spazzatura si accumula incessantemente, sorgono centinaia di baracche in legno, in cartone, in plastica, e dentro ci sono svariate persone, spesso con bambini, in pochi metri, magari con una televisione mezza rotta, sdraiati sul suolo della baracca, su un altro pezzo di cartone mezzo sporco, a mangiare in pentole arrugginite, con le mani che non possono essere lavate se non dal fiume stesso, madre-padre dell’India e degli indiani, dove, poco più in là, gli stessi indiani induisti che hanno vissuto, vengono bruciati, come a Varanasi, ma con molto più silenzio, con molta meno attenzione.

Quello che succede negli slum sembra essere un segreto. Quando passiamo noi su quella ferrovia dove non passano più treni, alcuni sporgono la testa fuori mentre una bambina fa i suoi bisogni. Ma non c’è molto interesse. Non siamo i primi e non saremo gli ultimi. Turisti interessati solo a qualche foto. Solo a vedere la decadenza di un posto che non è mai stato splendido. Non saremo di certo dei salvatori. Non saremo di certo, come il giorno prima, una curiosità. Non c’è più curiosità, se mai ce n’è stata. Solo una ragazzina molto magra con uno strabismo si avvicina e ci chiede il nostro nome. Poi rimane ferma accanto a noi. Si gira dall’altra parte, ancora ferma a guardare il vuoto, come folle. Poi se ne va.

Negli slum sembra quasi che l’amore sia risparmiato, come se non ci fosse abbastanza possibilità di amare; e quindi questo amore è dedicato nelle piccole baracche ai propri parenti, ma non di più, non fuori.

In mezzo agli stracci, in una via piccola e sporca, scoviamo due bambini piccolissimi che camminando si tengono per mano. Quando ci vedono si fermano. Non ci guardano nemmeno. Aspettano la loro foto non richiesta, e poi riprendono a camminare. Una donna trentenne, più avanti, con il bimbo neonato in braccio, ci chiede una foto e ride. Ride più di tutti gli altri.

La povertà degli slum è indescrivibile ed esagerata; da mettersi le mani sulla faccia. Facciamo fatica a percorrere i cinquecento metri della ferrovia. Facciamo fatica e non ce ne accorgiamo. Quando Gabriel mi dice che sta male, non faccio una piega. Decidiamo di andarcene. Una macchina Uber ci viene a prendere.

Rimaniamo il resto della giornata chiusi in stanza, senza capire perché.

30

Calcutta non ha mai conosciuto la borghesia. “Nobiltà” e proletariato giocano alle parti, e nel dramma vincitori e vinti sono sempre gli stessi.

Sudder Street è l’ultimo giorno di Calcutta. La strada dove abbiamo incontrato Geeta e sua sorella e poi Potima amica loro. Nei giorni precedenti ci siamo passati svariate volte. Dalla prima in cui mi hanno riconosciuto, ci hanno sempre chiesto di tornare per un chai sui tappeti di cartone.

In Sudder Street una bambina di circa sette anni non fa altro che ripeterci “powdered milk”, “powdered milk”, “powdered milk”. “Come ti chiami?”. Non sa dire altro in quella lingua di elemosina. La madre che ha lasciato indietro, con il fratellino in braccio, le ha insegnato solo queste due parole. Allora mi prende la mano, con l’altra si sistema il telo azzurro sulla testa. Chiede ancora. Non accenna nemmeno un sorriso. Quando incontriamo Geeta e Potima sedute per terra, e ci abbracciano e ci coccolano, lei rimane muta, e guarda quella situazione assurda. Da ragazza decisa torna bambina. Geeta e Potima la intimano di andare via. “Non date soldi ai bambini! Non è giusto!”. Attonita si tocca il labbro. Quando le chiediamo se vuole dei biscotti (il latte in polvere l’avrebbe rivenduto come fanno tanti altri in Sudder Street), ci dice di sì.

Geeta e Potima ci fanno sedere. Ci propongono un caffè. Mi dicono che hanno figli che vivono lontani e loro per lavorare vengono lì, ma non c’è lavoro nemmeno per strada, non ci sono turisti in questa stagione di monsoni, non c’è un bel niente se non loro stesse e i loro vecchi amici di quartiere che se la cavano come possono. Decidono di farci un altro henné.

Diversità enormi tra noi Vittorio e Gabriel e voi Geeta e Potima. Però Geeta ci accoglie come una madre del sud Italia in un film degli anni sessanta. Allora, dopo gli henné, ci chiede di lasciarle i nostri recapiti, dove trovarci, come contattarci. Potima invece è riservata, più ingenua forse, come una donna che non ha mai conosciuto il tradimento. Potima, così bella, mi sono chiesto che ci facesse là. Non è mai passato un uomo della “nobiltà” di Calcutta che ha detto: “che bella e dolce questa donna, e così povera!”, come in un romanzo di Dostoevskij? No, Potima vaga per l’infernale Sudder Street; e non sembra farne un problema, forse perché, a differenza di Geeta, non ha mai conosciuto altro, o semplicemente non l’ha mai preso in considerazione.

Sembriamo una famiglia noi quattro in Sudder Street davanti alle luci blu elettriche del Blue Sky Café. Una famiglia improvvisata, originata da un bisogno di soldi e di affetto e conoscenza.

Quando comincia a fare sera, io e Gabriel abbiamo finito i filtri per le sigarette e in India nessuno fuma le rollate (spesso le scambiano per canne). Geeta e Potima ci portano un po’ in giro, in vari mercatini notturni che vendono sigarette e altro. Forse al tredicesimo, o magari quattordicesimo mercatino troviamo dei vecchissimi e impolveratissimi filtri OCB in una custodia – l’unica – vecchia e rimossa dal mercato in Italia. Io e Gabriel ci divertiamo a immaginare come diavolo possa essere arrivata fin lì e poi esposta come oggetto raro in prima fila tra i pacchetti di sigarette.

Al ritorno diamo gli ultimi saluti a Geeta e Potima. Geeta si raccomanda di chiamarla tra un mese. Al lato di Sudder Street, dei tipi definibili come loschi ci osservano. Potima, mentre la sua amica è poco dietro, ci sussurra che i nostri recapiti verranno consegnati a quelli là. Su questo sussurro ci diamo gli ultimi abbracci. Tornando verso casa, io e Gabriel ci chiediamo un po’ turbati cosa possano mai fare degli indiani loschi con la nostra mail e il nostro numero di telefono.

31

Ho sempre pensato che la conoscenza del dolore portasse gli uomini ad aiutare chi ne avesse bisogno. Uno dei motivi per cui scrivo questo testo. L’evidenza della morte in questa città. Allora perché qui sono in molti a girarsi dall’altra parte? Sembra ci si sia abituati alla povertà. La povertà è un fatto, ed è stato assolto chi non cambia questa situazione, perché la povertà qui a Calcutta non può non esistere. E allora intorno sono stati erti palazzi enormi in vetro dove famiglie intere mangiano agli ultimi piani. Si passeggia con gli occhi bendati dall’abitudine. Dunque anche la più grande e terribile evidenza può essere ignorata se dichiarata normalità.

Non so cosa potrà cambiare questa città. Forse quegli studenti del quartiere universitario, nella sala caffè che ricorda Parigi nel suo momento migliore, staranno discutendo di questo. Mi auguro sia così.

Addio Calcutta. Addio alle tante persone che abbiamo incontrato qui; a quella purtroppo interessante sensazione di morte. Addio all’hotel squallido dove il riposo era folle. Addio agli slum che vorrei rivedere solo quando voglio.

Alle quattordici e trenta del 31 siamo in aereo. Andiamo a Jaipur, nel Rajasthan, alla ricerca di un’altra India. Non sappiamo nulla su Jaipur se non che molti uomini anziani conoscenti ci sono andati a fare turismo. Immaginiamo sarà uno scherzo e un riposo in confronto a quello che c’è stato prima.

E’ mezzanotte e sto scrivendo sulla terrazza della nostra guesthouse ricca e accogliente. Sembriamo principi, i principi di Jaipur quassù. La città ha un’aria diversa. Il silenzio accompagna il vento. Calcutta già mi sembra un ricordo, il ricordo di una persona che ho amato molto e che ho perso.

Categories: Reportage

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