write . publish . inspire

Categorie

write . publish . inspire

Una fantasticheria prima di cominciare – Ultima Eden

10/11/2018.Damiano Scaramella.0 Likes.0 Comments
Home/Poesia/Una fantasticheria prima di cominciare – Ultima Eden

Della poesia non si dimostra l’esistenza.
È qualcosa che si vede e si conosce in poesie minori. È l’armonia alta, vasta, che risuona
Appena, appena, d’improvviso,
Grazie a un senso separato. È e non è,
E perciò è. Nell’istante della parola,
L’ampiezza di un accelerando cresce,
Cattura l’essere, s’allarga – c’era.

(Wallace Stevens, Un primitivo come un globo, II)

Sarà capitato a tutti voi di perdervi in questa minuscola fantasticheria.
Il corpo e la scrittura.
Il fatto, inadeguato, di un corpo che si lancia in movimenti e di una lingua che si sdrucciola in parole.
Il corpo e la scrittura: una metafora mortale, eppure la più semplice, la più riferibile.
E dato che il breve sogno che ora insieme faremo è semplice, nel sogno ap- pare vezzosamente una ballerina.
Con grazia celestrina snoda le braccia verso i lati, i piedi ascendono e discen- dono, originano ellissi, i fianchi conquistano con fascinazione l’aria. Sorride. L’impressione è che un’immagine si addensi nella scena, ma non è chiaro quale. Se ci concentriamo sul corpo qualcosa si rivela: orbite concentriche, guizzi sinusoidali, lacerti geometrici che, tutto sommato, ci danno da pen- sare. Eppure l’immagine non è compiuta, qualcosa rifugge. Non qualcosa: è proprio l’immagine che attendevamo a mancare.
Quando si danza, occorre sempre «danzare per fantasmata» scriveva Dome- nico da Piacenza nel trattato Dela arte di ballare e danzare (1425 ca.). Fantasmata ovvero – per noi – l’immagine in oscura filigrana, quella che il danzatore insegue, anzi percorre, in qualche misterioso modo ricalca nel suo danzare, già data in partenza e cairologicamente addensata in tutta la coreografia. Molto più dello zodiaco dei gesti preparati, e certo lungamente studiati e simulati nella prova, il fantasmata ne rappresenta quasi una risolutiva deviazione: l’attimo di incertezza tra una posizione e un’altra (lo spazio nell’aria che rimane vuoto tra una posizione e un’altra: immaginiamolo ora come qualcosa di nero), che dura un tempo così impercettibile da non esistere, in cui la nostra ballerina si accorge (o forse ha solo un’impercettibile aritmia interiore) che il gesto segue sì, alla perfezione, la trama stabilita, ma che per qualche inspiegabile ragione la trama è inesatta. Oppure: è imprevedibil- mente obliqua (rispetto a cosa?). Oppure: è parziale. La narrazione atletica risulta impeccabile, tutto è eseguito con invidiata precisione, ma sembrereb- be soltanto accennare la storia che ci aspettiamo di ascoltare. La storia che si svolgerebbe – ma di fatto per questa sua maldestra e incolpevole deviazio- ne non si svolge – appena più in là (quasi lì, ma non lì). Quei movimenti che pensava di aver minuziosamente fissato in partenza – un’opera sua, una sua personalissima produzione – parrebbero in realtà essere stati immaginati molto prima di lei, e molto meglio.

La ballerina, diremo, in questo sogno non fa altro che sforzarsi di riempire qualche centimetro di spazio di buchi neri che sono in verità infiniti.
Il suo braccio pallido pallidamente accenna i contorni di un varco o di una voragine, vi arriva vicinissimo, sfiora di continuo, inavvertitamente se ne allontana. È una graziosissima confessione di insufficienza, finanche ange- licamente erotica: è una seduzione. (Seduzione è, mon honnête lecteur, una sineddoche letale: sei tu che vuoi convincervi che quello che mi mostri è ciò a cui devo guardare. Ma non lo è. È quasi quello, ma non proprio quello.) Apriamo gli occhi dal sogno e, mentre con altrettanta grazia eppure nuova e inaspettata mortificazione la nostra ballerina si congeda, portiamo alla veglia due pensieri notturni della di lei molto trista storia.

Lo spazio che la ballerina credeva di aprirci per la prima volta con le sue arabesque, brisé e tour fouettés era già stato percorso infinite volte. I suoi passi infatti, benché abbiano raggiunto una perfezione da cronometro, più ci addentriamo nella figura più ci sembrano inspiegabilmente in ritardo. La sua bravura in un certo senso la tradisce. Anzi, è proprio appena è messa in scacco che noi iniziamo a intravedere qualcosa.

L’esecuzione della ballerina non ci fa dono della forma sperata, ma di una domanda violentissima sulla forma: che cosa non è successo?
Similmente ci si potrebbe trasferire in un altro sogno, quello ambientato nel Club Silencio in Mulholland Drive di David Lynch (si entra da qui: https://www.youtube.com/watch?v=dtLU4m8etAY).

Le due protagoniste del film, che in verità sono una, e in realtà non sono affatto, entrano nottetempo da un sonnambulismo delirante nel teatro e assistono a un avanspettacolo sull’orlo della fine. Dovremo qui essere bruti: concentriamoci solamente su due scene: il sipario si apre e sul palco appare un musicista che imbocca la tromba mentre una musica riempie il teatro; prima che la melodia si concluda il musicista scosta la tromba dalle labbra e solleva le mani in aria; la musica continua a risuonare nel teatro. La cantan- te messicana Rebekah Del Rio entra in scena avviluppata in un tubino rosso con cardigan nero e comincia a cantare Llorando; la canzone è struggente, incita al ricordo, suggerisce il pianto: si piange difatti, molto; nel culmine tragico e patetico del brano il suo corpo improvvisamente cede e sviene e si accascia al suolo in un unico e molteplice movimento drammatico di deces- so; e infatti il corpo decede, la canzone no, continua a risuonare nel teatro. Questa immagine, che in verità sono due, e in realtà non sono affatto per- ché sono altro, colgono per me il punto di partenza per ogni riflessione o serissimo interrogativo sulla poesia. Se non si è passata almeno una not- te nel Club si finisce preda dello sragionamento. Illuminano, soprattutto, un’evidenza: il corpo, quella metafora della scrittura di cui fantasticavamo, non è la sorgente del movimento. Ne è l’immagine e lo svenimento. L’im- magine illecita e doverosamente umana. Lo svenimento inevitabile e, per la distruzione dell’immagine, rivelatorio. È necessario che esista l’oggetto tromba per eseguire, in una gamma ridottissima di scale e suoni, qualcosa che continuamente risuona nel teatro, come è urgente che la tromba appaia inequivocabilmente in mano a un uomo, a uno di noi, perché possiamo credere che quella scala e quel suono stiano davvero accadendo. Quando l’immagine cede non capiamo. L’immagine per questo in vita mai si rom- pe, mai si stacca dai suoi movimenti (mai osiamo distogliere la tromba dal nostro gracilino fiato): solo al Club Silencio sì. Eppure il Club Silencio è il mondo.

Questo è il modo dell’uomo di dimostrare l’esistenza.
È il modo dell’uomo di non vedere.
Molto spesso, quando mi ritrovo mio malgrado a leggere poesie in certi avvenimenti dal retrogusto rettiliano, anche detti: reading (che già nel nome portano alla mente una sorta di celebrazione commemorativa di vecchi pu- gili caduti in disgrazia per l’età e ora sfidantesi in una morbida e nostalgica gara tra puncher che si scambiano carezze ammiccando pugni violentissimi con lo sguardo, spesso ospitati in locali, come bar o locande d’avanguardia, che pare da un momento all’altro possa carambolare sui tavoli il fantasma di Carlo Pedersoli nei panni di Bud Spencer – a volte sembra davvero di vederlo, ma è solo un noto sosia – che ha appena finito di trangugiare i fagioloni con le cipolle, quelli sbrodolati in un tegame imburrato col ba- con, che si mangiano inzuppati nel pane, che – ovviamente – è azzimo ma grassissimo perché imbevuto delle mucillagini del locandiere), quando mi capita, si diceva, di leggere in simili avvenimenti ricorre sempre la stessa idiosincratica appercezione: a mano a mano che le parole superano il varco della bocca sbalzano via, si risucchiano nell’aria irreversibili, come un vento improvviso, solido e secco, come un bicchiere che cade, né va in frantumi né rotola, scompare.

La parola pronunciata si rivela per quello che è: un ammiccamento acci- dentale, un’ipotesi sbagliata, una pista falsa (che però, certamente, in quan- to pista va studiata ossessivamente fino all’ultimo sospetto). La vedo uscire tra le mie labbra e poi sferzare accanto, prudendomi il naso, le guance ipertricose, attratte da qualcosa che non so, spiazzanti, crudeli nell’infligge- re questa solitudine, a me, che sono lì, accartocciato in una giacca di simil lana grigio topo da discount, con finte toppe che toppano finte sdruciture inesistenti, mentre continuate a fissarmi (state scrupolosamente giudicando la mia lirica technè) come l’idiota cinese che fissa il dito mentre gli si indica la luna. E non vedete questo prodigio d’aria che si annuvola un secondo. Ed ecco. Abbandonati all’atmosfera – come una meteora che sembrava mirarci apocalittica e invece si frantuma e ci solletica addosso come un coriandolo o un’acquerugiola – i versi riecheggiano vuoti, riecheggiano un vuoto, ci abbandonano all’imbarazzo di una cosa male detta, di un’uscita ingenua, probabilmente inopportuna.

È chiaro: ho sbagliato, il fallimento duole in tutta la sua improvvisa evidenza. Eppure, eppure.
Eppure l’errore getta in vibrazione una verità – un esoterico brividino, sì, il formicolio del monaco sulla rupe mentre balbuzisce le sue preghiere e d’improvviso sente qualcosa, quasi un refolo, quasi una voce –, qualcosa che sfuggendo si fa presente.

Non è questo? Non deve essere questo? Un far sentire di traverso, un indicare la giusta via puntando male il dito?

Categories: Poesia

Add comment