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Oltre il tramonto – Ultima Eden

13/10/2018.Tommaso Di Dio.0 Likes.0 Comments
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Oltre il tramonto, durante una lettura di poesia. In una villa vetrata, dentro un parco di una città. Alberi, silenzio; alti pali con luci a grappolo, sentieri, macchie di luce. È fresco. Non è più inverno e non è ancora estate. Si sente l’umido non appena si entra ed è piacevole. Si vedono le persone, poche, lungo la ghiaia e fra le isole verdi; lentamente a piccoli gruppi – a due, a tre – approdano ai gradini di pietra, li salgono, si sporgono dalla balaustra leggermente in alto e si godono il paesaggio urbano, i sorpresi palazzi da- vanti la fontana e il monumento. Siamo in pochi questa sera, ma nessuno ne è sorpreso. La sala è chiaramente concepita, progettata, abituata ad ospi- tare concerti, spettacoli di teatro, occasioni dove le persone sono tante; ma questa sera siamo pochi. E siamo tutti poeti; e sono qui per ascoltare altri poeti leggere. Viviamo tutti nella stessa città, molti non sono nati qui. Non ci vediamo mai. Raramente ci incontriamo, se non per queste occasioni. Nulla ci lega, se non qualcosa di strano, instabile; una passione silenziosa, un vizio, un egoismo: scriviamo poesia. Non abbiamo nulla in comune. Fra noi sarebbe per lo più assurdo pensare un rapporto che non sia sorretto da quest’unica esperienza, quest’unico aculeo. A volte fra noi nascono amici- zie, a volte opportunistiche, a volte bizzarre e sincere, come sempre accade. Ma è da bestie solitarie che ci incontriamo, in una radura. Ognuno beve l’acqua dalla pozza con un occhio in basso posato sullo scintillio del sole che sulle onde traccia immensi desideri e sogni di profondità inaudite, ma con l’altro guarda in orizzontale, ché non sopraggiunga un morso, che non arrivi un altro animale che di noi faccia tragedia e scempio. Di tutto questo tacciamo. Tosse, imbarazzo, rancori; slanci, castighi, paranoie; odi, amori. Bestie che tramano, opere che tremano.

La lettura intanto è già iniziata. C’è un silenzio di piombo. Serietà, sussie- go, noia e stridore di microfoni. Un lieve imbarazzo che si presenta come una scarica elettrica, percorre la sala, a tratti è avvertibile nel frenulo dietro le labbra, sotto la lingua. Adesso si alzerà quella; adesso mi dovrò alzare. Come legge male. È noioso quando scrive, ma adesso che legge è insop- portabile. A volte invece la mente va in tilt; un verso crea silenzio, spacca il segreto di un destino, incide la lastra del tempo. Adesso si parla di un poeta morto. Ricorre l’anniversario di un poeta bravo, famoso: e morto. Fra il pubblico, vistosamente presente, c’è la poetessa, vedova di questo poeta fa- moso, bravo: e morto. Un poeta pensa che è incredibile, ogni volta in queste ricorrenze si ricorda un poeta bravo non sempre, famoso non sempre, ma sempre morto. Pensa: quanti poeti sono morti. Pensa: una legione di poeti morti. Pensa: anche io sarò un poeta morto. Pensa: forse sono già morto? Il poeta è già da sempre un morto che scrive che parla che dice?

La poetessa si alza, caracollando leggermente. È minuscola; e si dirige verso il palco. Prende il microfono, chiude gli occhi; le vertebre si distendono, la bocca si dischiude; inizia a dire le poesie bellissime del poeta bravo, famoso, e morto. Sa a memoria le poesie del morto, è viva mentre dice le parole di un morto. C’è chi dorme. C’è chi ascolta ma le guarda il vestito, i guanti. C’è chi pensa a quanto tempo avrà impiegato per imparare le poesie di un morto. A imparare a memoria le poesie che aveva sentito dalla bocca di un poeta vivo. Pensa: cosa significa imparare a memoria le parole di un poeta che amava, con cui faceva l’amore, con cui era andata in giro, aveva mangiato da vivo. E che poi è morto. E lei, piano piano; verso dopo verso. Quante lacrime. C’è silenzio, sospensione, ascolto.

All’improvviso un poeta che era seduto in prima fila si alza, brutalmen- te. Tutti lo vedono. Tutti lo sentono: tutti tacciono. Qualcosa si scollega, qualcosa si ricollega. Straniamento, imbarazzo. Brutalmente, il poeta si alza dalla sedia e davanti a tutti si dirige verso la porta, la apre. Esce e la lascia richiudere dietro di sé con un rumore che è un boato nella grande sala, chiaramente concepita, progettata, abituata ad ospitare concerti, spettacoli di teatro, occasioni dove le persone sono tante e invece il suono è un boato anche perché questa sera siamo pochi e siamo tutti poeti: tutti vedono, non capiscono. Perché? Un poeta ha interrotto la voce; la voce che continua a recitare a memoria le parole di un poeta morto, ma ora nell’imbarazzo, nell’interruzione, nella costernazione.

Il poeta è appena visibile dietro i vetri della porta d’ingresso, davanti alla balaustra. Questo poeta è ancora vivo. Ora ha acceso una sigaretta nella notte grande, un po’ umida, piena di alberi e luci a grappolo. Si volta, non guarda la poetessa che recita la voce del poeta morto, che è stato bravo, è famoso. Non riesce. Le parole non sono per chi non c’è più. Le parole sono per i vivi, per chi può alzarsi, cambiare, interrompere.

Il paesaggio urbano sta lì, i sorpresi palazzi davanti alla fontana, il monu- mento. La voce del poeta morto procede dietro i vetri. Finisce la sigaretta. Guarda fuori, c’è freddo adesso. Forse rientro. Forse no.

*

Ogni pretesa di fornire un indirizzo decisivo al fiume di poesia in piena di questo nuovo millennio sembra destinato a scontrarsi con un centimano Briareo. Eppure mai come in questi tempi i tentativi di valorizzazione e di comprensione della poesia contemporanea sembrano necessari; non solo per comprendere una vitalità che, sebbene a tratti caotica e con alterni risultati, sembra aver proiettato nella poesia alcune modalità proprie, fino ad ora, solo del cosmo dei generi di massa; ma anche – soprattutto – per la grande fiducia che gli scrittori contemporanei dimostrano di avere nei confronti del medium della parola poetica. A discapito di un tempo che sem- bra completamente ignorarli e che addirittura sembra rendere ridicolo ogni ruolo sociale possibile per il poeta; a discapito di un mutamento nelle pra- tiche cognitive quotidiane che addirittura sembra elidere ogni potenzialità effettiva per la parola poetica e quasi per la parola tout court, questi scrittori mostrano uno slancio, una forza nella scrittura, un’energia, una fiducia che, se non ingenua, può apparire coraggiosamente folle.

I dati delle vendite sono – come al solito – esigui; eppure si assiste in questo periodo storico ad un significativo allargamento del numero degli scrittori e ad un confronto diretto fra loro che forse mai è avvenuto così vasto e va- riegato nella storia letteraria di questo paese. La poesia sembra aver trovato un proprio perfetto ambiente in un ecosistema parassitario del tardo capitalismo; ne sfrutta a pieno i vantaggi tecnici, per ritagliarsi un’area al di fuori, o meglio, al margine dei mercati. Laddove ovunque c’è la rincorsa al gua- dagno, all’accumulo del profitto, la poesia diventa sempre più un baluardo della dépense: un genere senza prezzo, costruito su traiettorie di intensità, circuitante libero attraverso la rete in formati digitali e fruito in contesti so- ciali, orali e comunitari molto più di quanto avvenisse in passato. Il libro c’è e non verrà meno, sicuramente, ed è ancora percepito come un momento portante della vita della poesia; ma è come un approdo di un tragitto che oggi per lo più avviene vistosamente altrove: il libro è completamente attra- versato da altre pratiche e non basta a sé solo. Dove si vada a leggere e, ov- viamente, a scegliere, i risultati sono spesso elevati: per capacità di compo- sizione, per chiarezza delle scelte stilistiche e per varietà e intelligenza delle soluzioni perseguite. Ad alcuni pare che in questa stagione poetica manchi originalità; a me pare che invece sia finito il tempo in cui possa risuonare l’imperativo della originalità a tutti i costi. In netta controtendenza rispetto alla società, mai come in questo tempo c’è invece un iper-coscienza della relatività di ogni scelta stilistica: ogni autore è libero; e libero traccia una propria storia all’interno delle plurime possibilità offerte dal campo magne- tico della letteratura, creando singolari chimere. Questo a me pare il tempo dell’eclettismo e dell’orizzontalità, non dell’unicità dello stile: non c’è (e non c’è più spazio perché vi sia) una dittatura verticale del buon gusto critico, né (se mai è esistito) di alcun altro potere che prenda la parola e dica una volta per tutte cosa sia poesia e cosa no. C’è invece una continua partizione dello spazio poetico, una fluttuante piega che continuamente s’implica su di sé, agitandosi nel diorama sempre mutevole dei possibilia letterari.

Se questo è il campo, ciò non vuol dire che non vi sia criterio di scelta o pos- sibilità di scelta; semplicemente ciò vuol dire che ogni scelta potrà trovare le proprie giustificazioni e trovare, se ne trova, chi ne partecipi. Ogni scelta esibirà i propri presupposti e i propri tragitti, finalmente svelati in quanto presupposti; e su di essi si potrà commisurare il valore letterario, al di là di ogni gusto personale. Oggi più che mai si assiste a ciò che chiamerei il “brulichio letterario”, alveare ronzante sul cadavere sempre vivo del corpo nutriente delle tradizioni, rigorosamente al plurale. Oggi davvero sentiamo da vicino il sussurro organico, fluido, metamorfico della comunità lettera- ria nel suo fare e disfare i fili di un intreccio infinito. Insomma, il modello è biologico: non più il salto quantico, ma il lento progredire di differenza in differenza rispetto ai progenitori, fino a derive imperscrutabili e future. In questo contesto, sembra che solamente nella somma moltiplicata delle antologie possibili, nell’incrocio e nel confronto fra i vari indirizzi e fra le possibili idiosincrasie si possa davvero iniziare ad intuire cosa sia oggi la pa- rola poetica, quanto possa, quanto significhi. Ma è tutto un lavoro da fare, da costruire, in un contro passato prossimo da cui, finalmente, ci sentiamo liberati: c’è la percezione dei padri, in questa nostra poesia, la loro interro- gazione e forse anche la sofferenza e l’empatia, oserei dire una felice pietà verso gli eventi, le figure, i modi del passato; ma mai mi è dato riscontrare quella nevrosi della storia che ha tanto attanagliato gran parte della letteratura del ‘900.

Categories: Poesia

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