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Nella pancia schifosa del mare – Ultima Eden

03/11/2018.Giuseppe Nibali.0 Likes.0 Comments
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Qualche anno in più. Vengono.

Una volta ho visto un vecchio nascosto contro il palo della fermata. Rimestava mi sembra il suo sacchetto. Un barbone, ho pensato. E il sac- chetto, anche, era una cosa qualunque, quello poteva rimestare dentro una busta della Lidl o dell’Eurospin. Lui aveva scelto di dare fiducia all’Esselun- ga, come consumatore mi sono detto in disaccordo: prezzi troppo alti, frutta niente male ma nessuna attenzione agli insaccati o alla qualità dei vini. Lui stava chinato là sopra. Lì, la mano a cucchiaio dentro chissà quale merda. Eravamo gli unici in quella viuzza del cazzo fuori porta, e l’autobus non passava. Alla fine mi sono sporto oltre il marciapiede, fingendo di parlare al telefono e ho visto cosa tratteneva, cosa stava lì a macellare mentre rumi- nava a mezzabocca: era carne. Strappava con le mani della carne tritata. Dal sacchetto niente sangue, niente odore. Non aveva addosso quella puzza eppure con le mani premeva e schiacciava, nemmeno mi ha visto, credo, per tutto il tempo che sono stato lì. Mai una volta che si fosse girato verso di me, verso la strada, verso il lampione di fronte alla fermata. Qualche volta l’ho sentito ghignare, mentre si nutriva. Ridere addirittura. Quando ha fini- to ha sistemato bene il sacchetto vuoto sotto un paio di mattoncini rotti, ha rimesso a posto e se ne è andato prima che l’autobus arrivasse. Mi ha dato le spalle, ha preso la viuzza di sinistra, quella che riporta verso porta Mazzini.

Questo qui non è mare. Non sembra mare. Di notte senti il rumore, acca- rezzi alle volte la promessa: l’indomani di bambini e le creme, la spiaggia tutta in ordine, le file di ombrelloni, arrivi a ricordare quando anche tu eri bambino ed è il ricordo ingiallito di quando scappavi e ritornavi per inse- guire la risacca delle onde e tua madre ti richiamava alla sdraio, al quartier generale. Adesso no. Non è mare mai il mare di notte.

È una distesa enorme di merda. Senti l’odore cattivo di alghe putrefatte che non lascia altro nell’aria: questa puzza di mare, del mare rottinculo disgus- toso. Non ci sento niente dentro, nella pancia, le balene non le sento, né i coralli, il fondale, quel pulviscolo fitto che incontrano i sommozzatori nei documentari, il bip dei segnali pulsar nell’abisso. Non si sente più neanche il mare, dalla riva, la notte.

Sergio ci vedeva dentro il riposo. Veniva, mi aiutava con la crema sui nei della schiena. Poi leggeva, sotto il sole, due, tre, anche quattro ore. Io lo guardavo, non capivo, dicevo come fa, mentre stavo all’asciutto e al fresco sotto l’ombrellone e lui continuava a starsene sulla riva, steso sopra il telo della Ferrari, a non sentire né il caldo né il chiasso, a non sentire nulla: sereno.

Tornava da quel sonno la sera, i pantaloncini del costume, il ventre enorme. Tieni, mi diceva, e mi lasciava ventimila lire.

Si sente il grido di qualcosa. Qualcosa nella nebbia, tra gli alberi. Qualche cosa di animale. Un gabbiano forse o un falco pescatore. Quante cose si vedono dal buio, nessuna significa, nessuna si riconosce. Solo il freddo qui si capisce, sul mare, di notte. Forse è stato il passaggio di un ghiro, l’Etna, mi hanno detto, è piena di ghiri e certe volte se superano l’asfalto, scendono fino alla spiaggia da Capo Taormina. Altri dormono ancora sui pini, cullati dal vento della notte. I loro corpi. Io penso ai loro corpi, ai nostri corpi chi- usi davanti al nulla del mare.

Qualche anno in più. Vengono.

Continuava a ripeterlo durante gli ultimi giorni, il corpo teso come marmo, gli occhi indietro, il viso sepolto sotto storia e controstoria. Qualche anno in più.

Una sera, mi ricordo, delle ultime, avevamo organizzato una cena da me. Valentina gli aveva già ripulito tutti i buchi, aveva passato un’ora buona a tirargli via la merda dal culo. Mangiava qualunque cosa trovasse per casa: wurstel crudi, il dentifricio, spesso i croccantini del cane. Sono venuti anche Irene e Claudio quella sera. Siamo rimasti per ore a parlare e Sergio stava sulla sedia a fissare la mensolina bianca sopra il divano. Sulla mensola nulla di che: qualche depliant, ninnoli vari, corpetti insulsi, i volantini illustrati conservati e mai letti da Miriam.

– Cosa fissa? – mi ha chiesto Irene. Non lo so, ho risposto. Poi lei gli ha gri- dato contro due bestemmie e molti insulti tenendo il bicchiere col vino nella mano sinistra. Claudio l’ha portata via in lacrime, Valentina era sconvolta, ma io avevo capito. Avevo capito tutto: Stava pensando al suo corpo. Al suo corpo pensava, alla sua violenza, a quando come una bestia tornava in casa e impazziva, a quando cadevano le sue mani sul corpo nudo di lei, ai lividi, ancora. Lo voleva forte e cattivo, il bruto voleva, il bruto che aveva amato più di me.

Era ubriaca, Irene, quella sera. Ubriaca e triste. Ha pianto contro il termo- sifone per un po’, Valentina poi l’ha presa da lì e l’ha stretta. È stato un gesto molto umano, ho pensato, e che era stata davvero carina. Poi Irene le ha macchiato la maglietta col mascara. Scusa, le ha detto, ma già aveva preso a ridere, a gridare contro Sergio altre maledizioni, gli ha detto che adesso era un impotente bastardo. Che il cazzo non gli tirava più. Ma quale cazzo diceva, quale cazzo? Ce l’ hai ancora un cazzo?

Valentina allora l’ha lasciata lì ed è crollata sulla sedia accanto alla mia. Eravamo troppo stanchi per parlare, troppo stanchi per fare un fiato. Così Irene è rimasta lì al centro della pista a continuare il suo show. Ha detto che se le meritava quelle pene dell’inferno, quello schifo in mezzo al cervello. L’abbiamo ripresa solo quando ha iniziato a schiaffeggiarlo. Claudio intan- to apriva e versava per tutti lo spumante che aveva portato. Tutti sapevamo che era la fine, quella.

Vengono.

Così ha detto, quando Irene e Claudio se ne erano già andati, mentre Val- entina lo metteva nel letto, stava attenta a non fargli urtare il sostegno in ferro. Fermo, fermo Dottor Nibali, gli faceva. Ma lui era tutto un lamento. Tutto un lamento e un dolore.

Adesso questo, invece. Questo mare porco.

La notte sta passando, la tempesta della notte che tutta ha urtato il mare schifoso sta passando. I primi raggi sono già entrati dalla montagna, dalle spalle gelate della montagna. Sono entrati dritti sull’acqua: tutto stanno risvegliando, tutto il popolo penoso dei pesci, le alghe che si preparano alla fotosintesi, i coralli e i ricci, i molluschi, i commercianti, alle mie spalle, che incominciano ad aprire i negozietti di pesca e i bar a piazzare i primi caffè della giornata.

È adesso che penso che tutto è alla fine, che tutta la nostra storia è alla fine. Così mi alzo sulle gambe, mi alzo nudo sulle gambe, la sabbia gelata fin dentro al culo. Mi preparo, prego, mi tiro via dal buio finalmente verso la luce.

Alzo bene tutte e due le braccia davanti al mare per un tempo indefinito. Per ore forse, per giorni, ma intanto tutto dentro di me si fa calmo, la luce rimane ferma solo su un lato della spiaggia.

Più in là sull’acqua il rumore di una chiglia, di una nave. Più in là ancora la Grecia e Itaca. Forse sono tornati, i greci, qui in Sicilia. Qualche anno sarà passato. Forse davvero sono venuti. I tonni, mi tornano in testa. I tonni furiosi dentro le reti della mattanza, i tonni che tutta la vita scappano e finiscono nelle reti. Alla loro vita. Ai loro occhi penso, che scappano in ogni direzione. E intanto muovo le gambe verso le onde.

– Giovane! – urla un uomo appeso alla ringhiera – Giovane che stai facendo?

Mi ha visto nudo – penso – nudo a rimestare con le mani la mia carne, nudo mentre mi masturbo davanti al mare immenso, davanti alla cartolina delle vacanze. Allora chiedo scusa anche per questo, alzo alte più alte le mani davanti al Dio ed entro dentro, nella pancia schifosa del mare.

Categories: Poesia

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