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L’alba la disprezziamo – Viaggio in India (parte prima)

29/08/2018.Vittorio Parpaglioni.11 Likes.0 Comments

Una sera, ho preso la bellezza sulle ginocchia. E l’ho sentita amara. E l’ho insultata”

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Siamo due. 17 agosto Nuova Delhi tre del mattino pugnala il petto come trenta sigarette e le orecchie come una bomba a due passi. Gli stranieri visti in aereo svaniscono tra mille taxi bianchi e neri messo un piede fuori dall’aeroporto. Ci sembra di essere gli unici europei ma non siamo ancora nell’India che ti circonda come un essere divino, perché qui i turisti sono di casa. Ci siamo chiesti, stanchi morti ed emozionati, come arrivare nell’ostello che abbiamo prenotato quasi casualmente il giorno prima. La nostra guida Lonely Planet India ci consiglia di prendere dei taxi controllati dalla polizia che hanno un prezzo fisso o più o meno. Per il prezzo, dal charas (una tipologia di hascisc) alle pashmine agli anelli in black star e topazio, vale sempre il più o meno, regola economica per un turista sicuramente più ricco del mercante. In un baracchino ampio qualche metro paghiamo circa cinquecento rupie (6 euro e qualcosa) per una ricevuta che ci permetterà di prendere uno dei tanti taxi in attesa. Un uomo sulla trentina si avvicina e ci porta alla sua vettura caricandoci i bagagli (un paio di zaini a testa che teniamo uno sul petto e uno sulla schiena per viaggiare comodi ed equilibrati e anche un po’ buffi). I suoni dei clacson sono la cosa più frequente che abbiamo sperimentato. Avendo cominciato a scrivere qualche giorno più tardi dall’arrivo, già mi sono abituato. Tuttora scrivo con un casino il quale non mi darebbe fastidio nel sonno. Il tassista è gentile e parla << bit english >> con il pollice e l’indice quasi unito mentre ci guarda dallo specchietto. Gli diamo l’indirizzo. Questo succede altre tre/quattro volte.

Lungo la strada pensiamo che Nuova Delhi non ha mai visto il giorno. Un’enorme nube la copre ma non sono nuvole naturali. Pensiamo che i raggi del sole non potrebbero filtrare. La costruzione in asfalto è disordinata; c’è terra, bianca e rossa; la macchina dove siamo cade su ogni buca. Ci sono mucche, cani randagi le cui femmine hanno sempre le mammelle ingrossate, uomini che dormono nei risciò, uomini mezzi nudi e magri che dormono per terra lungo l’autostrada che stiamo percorrendo. Una tecnologia poco elevata ha cercato di prendere il controllo su una natura troppo forte, e ha fallito miseramente. La natura ha trovato il suo spazio deforme in una metropoli che non ha la possibilità di costruire grattacieli. Non si vede né la luna né una stella, sopra, come se fosse una città destinata a vivere nel movimento perpetuo degli uomini che cercano soldi e una vita migliore e non hanno mai possibilità di guardare l’alto e lasciarsi andare. Non c’è vento.

Il tassista chiama l’ostello. Gli viene data qualche informazione a quanto pare (parlano hindi), ma dopo qualche minuto ci fermiamo su una via grande simile a una strada periferica italiana, dove ci sono poche macchine. Il nostro amico dà un’occhiata qua e la, tra un vicoletto buio e piovuto e un altro, ma niente, l’ostello non si trova. C’è qualche passante che vaga. In particolare uno studente tutto ben vestito ed educato che non so che diavolo ci facesse in un posto così alle quattro del mattino con uno zaino in spalla come se fosse appena uscito da scuola. Non riesce ad aiutarci nella nostra ricerca ma ci dice che siamo fortunati perché tra poco comincerà a essere tutto più affollato, allora sarebbe un pessimo momento per perdersi. Il nostro tassista ferma anche due signori sulla sessantina armati di bastoni e vestiti di bianco. Dopo un paio di parole, per poco non viene aggredito da uno dei due, che gli punta un bastone sul viso facendo una smorfia di rabbia. Non ne sappiamo il motivo. Scoviamo l’ostello leggendo “Namaste travellers” su un muro nascosto e rovinato. Sotto le nostre scarpe abbiamo già la qualsiasi. Citofoniamo a un cancello con un randagio che abbaia vicino a noi. Molliamo la mancia al tassista che affaticato ma “happy” se ne va. “Grazie”. Dopo che il mio amico Gabriel ha cercato invano di rimediare da fumare al receptionist indiano e stanco che ci ha accolto, veniamo accomodati in una stanza con qualche letto a castello e un’aria condizionata che sparava freddo che nemmeno in Himalaya. Ci sono un paio che dormono. Intravedo la faccia di uno, forse indiano. Sono le cinque e dopo una sigaretta ci addormentiamo.

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Un giovane indiano con un moscio, prima solo poi accompagnato, mi fa vedere la prima luce del 17 agosto a Nuova Delhi. E’ turbato dal fatto che due europei alle dodici stanno ancora dormendo e non hanno quindi rispettato il check out delle undici. Titubante chiude e apre la porta circa ogni cinque minuti; poi chiama il suo capo trentenne che ci scruta (proprio “scruta”); poi uno entra; io lo guardo, dico forse no; lui si avvicina e mi guarda rispettoso, allora mi sento in colpa e sorrido, e alzo la testa. “Five minutes”. “Ok”. Sveglio Gabriel. Doccia al volo, gli dico. Il bagno è piuttosto grande. L’acqua della doccia cade a terra e si mischia con il dentifricio di uno che ha lisciato il lavandino sputando, e l’urina di un altro che l’ha fatta fuori dal water. Facciamo a turno con le infradito che mi sono dimenticato di portare. Quaranta minuti e siamo giù freschi e puliti. Che c’è da fare in questa città tremenda che non abbiamo mai visto? “Andiamo a vedere Old Delhi”, mi dice Gabriel consigliato dall’esperienza del babbo. Allora Old Delhi, diciamo a un tipo che ci ferma per strada dicendo “Tuc tuc, Tuc tuc”, invitandoci a salire sul suo risciò. Il calore delle tredici di Nuova Delhi si mischia col fumo di migliaia di macchine che orchestrano il traffico in un perenne clacson. E tre minuti outside che già sudiamo come porcelli con le nostre t-shirts europee made in India o China. Tuc tuc boy è perso tra una mucca e una macchina, e non conosce Old Delhi e nemmeno il Red Fort che vorremo visitare. E gira a vuoto fino a quando non lo fermiamo. Appena scesi spieghiamo ai Tuc tuc boys che ci circondano che vogliamo andare al Red Fort in Old Delhi. Uno capisce e ci fa montare su. Siamo schiacciati tra i nostri quattro zaini. Le macchine corrono e solo a pochi centimetri dall’impatto lo evitano. Nuova Delhi è continuamente percorsa da odori di ogni genere. In particolare da puzze di fognature stradali mal funzionanti e da profumi di spezie provenienti dai tanti street food a basso costo, che vendono samosa, riso, chapati, naan all’aglio al burro ecc.. Pian piano ci si abitua a questi odori, ma se ne sperimentano di nuovi in continuazione. Lungo la strada ci imbattiamo nella cerimonia ricorrente di un primo ministro morto qualche anno fa. Centinaia di macchine e risciò fermi che attendono il passaggio di una lunga processione che canta la beatitudine dell’anima del vecchio premier come fosse una festa. E i vestiti delle donne indù sono colorati di verde, arancione, rosso, giallo, e ricamati con fiori stilizzati neri e argento, e rami, ed elefanti che riportano alla testa di Shiva dio adorato. E le loro stesse si dedicano a essere dee su quell’asfalto sterrato. Non si può fumare durante gli eventi che riguardano lo spirito. In due ci danno il permesso di una sigaretta nascosti nel risciò.

Old Delhi è percorsa da una grande strada commerciale che sfocia sul Red Fort, e dove decine di traverse si dividono i compiti del commercio. Una vende oggetti fotografici, un’altra cibo indiano, un’altra vestiti e così via. Lonely Planet ci consiglia di mangiare paratha, un pane indiano gonfiato e fritto, condito con lenticchie e riso e verdure. Così conosciamo Mohammed, cinquantenne di Kolkata che è venuto a fare qualche soldo nella commerciale Delhi. Con la sua bicicletta traina a fatica la carrozza improvvisata sulla quale ci siamo seduti. Dice di conoscere il posto delle paratha, è il più famoso a Delhi.

Non saprei descrivere la quantità di indiani che abbiamo visto a Nuova Delhi. E quasi tutti sorridono automaticamente alla vista di noi due turisti ingenui e sprovveduti. C’erano donne con i veli, uomini indaffarati in ogni tipo di lavoro, ragazzi giovani che bighellonavano in gruppi e sorridevano meglio. Bambini a piedi nudi su strade distrutte e terrose, dove passa acqua di chissà dove, animali come cani randagi, ancora mucche, capre, bufali, qualche scimmia. Mi ha ricordato l’idea di un medioevo consapevole della sua povertà in un’età tecnologica. Mi ha ricordato ciò che sarebbe rimasto sulla Terra nel caso in cui alcuni ricchi sarebbero andati a colonizzare altri pianeti.

Infilati in una stradina piena di mosche e maleodorante, Mohammed ci mostra il nostro agognato pranzo. Fuori da una piccola bancarella, saranno venti indiani di tutte le età a fare la fila per un po’ di paratha. Siamo gli unici turisti. In tutta Nuova Delhi ci sembra di essere gli unici turisti. Ci sono due grandi pentoloni con all’interno riso e lenticchie. Poi un piatto con il famoso paratha. I

pentoloni sono sporchi e semi-arrugginiti; chiunque ci può mettere una mano, e dall’altra parte del banco sono in dieci a venderci il pasto. Finora è stato il nostro miglior pranzo. Mangiamo appostati su un muretto tra merda di mucca e bambini con vestiti stracciati. Uno di questi, affamato e con una deformazione alla schiena e alla mano, ci chiede di mangiare. Dividiamo con lui ciò che rimane.

Mohammed decide di farci da Cicerone. Ci vuole portare al mercato, precisamente sul tetto del mercato, da dove si vede tutta Old Delhi. E’ un palazzo fatiscente, ma ormai finché non dirò il contrario, tutti i palazzi saranno così. Lungo le scale ci inseguono alcuni ragazzini, uno dei quali ci chiede di fargli una foto. “Photo, photo!”. Dall’alto di Old Delhi, dove si vedono le moschee e i templi induisti, Mohammed mi racconta che sua moglie è rimasta a Kolkata. Ha un tumore per cui le se gonfia lo stomaco. Mi dice che lavora giorno e notte per guadagnare le venticinquemila rupie per pagare l’operazione. Allora ho capito che per noi venticinquemila rupie non sono niente. Mi dice che non ce la fa più e si asciuga le lacrime che trattiene, girandosi dall’altra parte. Faccio quello che posso.

Con Mohammed arriviamo alla stazione centrale di Delhi. Prendiamo un treno per Agra, abbiamo deciso. Vogliamo vedere il Taj Mahal. Molta gente arriva in anticipo di ore per prendere un treno a basso costo e non dover fare la lunghissima fila di cui tanto ci hanno parlato. Noi stranieri possiamo fare un’altra fila. In molti nell’attesa si sdraiano sul pavimento all’entrata della stazione. Famiglie intere spesso. Alle 18:30 prendiamo il nostro treno. Saranno tre ore per Agra. I treni hanno i letti a file di tre verso l’alto sui muri. Ci sdraiamo su uno e aspettiamo. Durante il viaggio abbiamo l’occasione di fumare una sigaretta sulla porta aperta del treno in corsa, l’importante è chiuderla quando abbiamo finito. Sono tutti così gentili. In molti hanno uno sguardo dolce come un bambino che guarda un genitore. Alle 23:00 circa siamo ad Agra.

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I viaggi “backpackers” spaccano in due il tempo perché i treni sono lenti, come gli autobus, e il sonno, se ci si dorme, non è agevolato. Sto imparando a scrivere improvvisato. Ogni treno e autobus qui a Delhi comprende posti letto, ovvero vere e proprie brande attaccate ai muri. Ci si dorme tranquilli, più o meno. Sugli autobus è il contrario.

Agra vuole essere una città commerciale, la città del Taj Mahal, ma non ne ha i mezzi. Al nostro arrivo ore 23:00 Agra c’è forse una maggiore attenzione. Veniamo accolti dai “Tuc tuc boys”. Uno di questi svetta perché ci porta in macchina, una sorta di taxi con su scritto “tourists”; e a ripensarci ci si sente un po’ sfigati.

E’ un buio sereno quello di Agra coperta da meno nuvole artificiali, e i clacson sono pochi, e il passaggio da Delhi ad Agra sembra quasi una salvezza per la nostra testa. Kaiser, detto “Er Kaiser”, “tourist-man” eccelso per il suo inglese spedito e il suo sguardo infantile quasi malinconico, decide di non portarci al nostro hotel, ma a un altro, che lui preferisce. Non ci facciamo problemi. Su in terrazza, nel nostro “rooftop” offertoci in tutte le lingue, ci facciamo un paio di birre con Er Kaiser, che da bravo musulmano non beve, almeno non più. Ci racconta la storia di Adamo ed Eva sul modello musulmano, quando Eva mangiò più volte un frutto che non era una mela, e Adamo ci cascò come tutti gli uomini peccatori. Come in India, facendo eccezione del Kashmir, le religioni convivano. Quindi musulmani e induisti hanno trovato una pace nelle loro città, seppure esista ancora una divisione di quartieri ormai forse obsoleta. “Domattina sveglia alle sette” ci fa Kaiser prima di congedarsi, “vi porto al Taj Mahal che la mattina è più bello”.

Dopo tre ore di sonno siamo in piedi, e Kaiser già da una mezz’ora è giù ad aspettarci. Facciamo colazione all’hotel con omelette e semi-rincoglioniti partiamo alla volta del Taj Mahal, che dista dieci minuti. Ad Agra cominciamo a trovare il tempo e le facce per le prime foto. E’ inutile che mi metta a parlare della bellezza del Taj Mahal; ciò che abbiamo notato d’interessante è stato un bassissimo numero di turisti occidentali: la maggior parte sono indiani. Alcuni di questi, come capita spesso per i più ricchi, ci fermano per fare dei selfie con noi. C’è una strana ammirazione nei loro occhi per i pelle-bianca, che va ovviamente oltre i soldi. Siamo dei buffi padri andati via tempo prima, senza lasciare malinconia, solo curiosità.

Torniamo da Kaiser dopo un paio d’ore. Nel frattempo, sotto commissione di Gabriel, ha rimediato del charas del Kashmir. Ci dice che vuole portarci in giro, ci farà da guida un po’ come Mohammed, seppure senza bicicletta e con più soldi in tasca, e un’aria decisa di turista più che di autoctono. Capiamo solo allora che starà con noi tutto il giorno. Di ritorno, l’importante è che fumiamo in camera. Potremo farci della qualsiasi, l’importante è che siamo in hotel e ancor di più in camera. Non dirò molto di più su Agra, che lega commercio al sudore dei poveri circostanziati al di fuori del centro. Acquattati in baracche sopra lo sterrato, i bambini ci hanno circondati per rimediare qualche soldo o un gelato in cambio di un paio di foto. Basterebbero venti rupie per avere la loro felicità, ma questo discorso potrebbe essere fatto per tutta la povertà terrestre, e noi non siamo abbastanza ricchi.

Kaiser ci porta dal suo amico Sony nell’ufficio turistico adibito lì sul momento. Ci sdraiamo sui lettini in legno chiacchierando di ciò che vogliamo fare dopo Agra. Sony ci trova un autobus la sera stessa per Varanasi, città sacra. Nove ore, ma “no problem”, si dorme lì. Sui lettini ci si sdraia anche Kaiser, e l’amico astrologo di Sony, soprannominato Giampiero Fino, fallisce miseramente nel leggere la mia storia. Rivelandogli il contrario di ciò che ha detto (ovvero che io sono nato la mattina (in realtà sono nato alle 23:55)) si rifugia nel suo smartphone. Ritenta poi con Gabriel, leggendo sulla sua mano che non può suonare strumenti. Peccato che Gabriel fa il musicista. L’intellettuale Giampiero Fino si allontana, e Kaiser, Sony e Gabriel allestiscono una sala da oppio nell’ufficio turistico di Agra che dà sulla strada e ha topini nell’armadio i quali ogni tanto sbirciano fuori incuriositi da quell’odore inconsueto. Passiamo qualche ora lì dentro dopo aver comprato i nostri vestiti indiani. Programmiamo il viaggio, o almeno parte di questo. Ad Agra capiamo che bisogna tenersi stretti i soldi, perché anche se cento rupie sono un euro e venti, non c’é limite all’ingordigia dell’India.

La sera Kaiser e Sony ci portano alla stazione dell’autobus che dista trenta minuti da Agra. Sembra di trovarci nel Far West tra cani randagi e uno squallido bar con insegne luminose dove qualche indiano cowboy dell’India fuma sigari su una sdraio in legno. L’autobus è in ritardo di un’ora. Una volta saliti troviamo davanti a noi un lungo corridoio con a destra e sinistra e in fondo tante cuccette senza una finestra da aprire. Mi ha ricordato quando ne “Il quinto elemento” Bruce Willis e Milla Jovovich partono per un altro pianeta e vengono accomodati in quella sorta di bara da ibernazione. Parlons un petit français avec un monsieur vicino di cuccia marsigliese fotografo che viaggia solo. Luc, si chiama. Ci rintaniamo in quello pseudo letto claustrofobico sul culo dell’autobus e sentiamo tutte le buche tra una testata e un’altra a quel tettino distante mezzo metro. Ci addormentiamo tra risate isteriche.

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Varanasi è dove i quasi morti vengono a morire. Il parente maschio più giovane, sulla riva del Gange, si rasa testa e viso lasciando un piccolo ciuffo sulla nuca e si veste di bianco per assistere il suo defunto nel momento dell’addio alla Terra. Il corpo viene coperto di fiori dai più diversi colori tra i fuochi della legna, le capre, e i cani che girovagano e il fango. Viene coperto da un telo e lavato nella “madre Ganga”. Sono quattro i giri intorno alla casta in legno nella quale viene poggiato il corpo. Un giro per ogni elemento, e lo spirito li perderà tutti raggiungendo il nirvana. Questo mondo non è più il suo, lo attendono le stelle e la luna.

Varanasi è dove il sacro è rimasto non riproducibile. Dove sono le persone a fare i templi, e non il contrario. C’è un luogo per la divinità, dove niente è permesso se non il pensiero di quella. Dove gli stessi uomini diventano divini a piedi nudi e si uniscono nella perdita di ciò che intorno crea disordine. Il disordine dell’ammassamento dei corpi disposti nella preghiera che toccano i muri sacri dei templi è subordinato all’ordine mentale dedicato al solo divino. Anche noi spiriti americani con t-shirts lacoste blu sgargianti abituati alla corsa all’oro delle metropoli ci avviciniamo a una pace fin troppo reale.

Alle 9:30 del mattino, mezzi pazzi, siamo nella città sacra. All’uscita dall’autobus dell’inferno Tuc tuc boys fanno a gara per portarci all’hotel che abbiamo prenotato il giorno prima nel Tourist Office. Prendiamo il risciò con Luc fotografo francese, il quale mi racconta che qualche giorno prima di partire ha rotto con la sua donna, motivo per cui viaggia da solo. Arriviamo al Sandhya Guesthouse. Passiamo il giorno a riposo. Solo una breve passeggiata con il nostro nuovo amico Deejay (ci chiediamo ancora se questi nomi sono inventati o no. Tuttavia ci viene detto che sono soprannomi dati spesso dai genitori quando i bambini sono piccoli). Deejay ci porta a comprare dell’altro charas, stavolta nepalese. Entriamo in un tipico negozio di pashmine. Spesso sono a più piani. Rosso, viola, arancione, verde; tutti i colori dell’India sono presenti. Una volta salite le scale, un uomo sulla quarantina, induista e occhialuto, ci fa levare le scarpe e poi sedere sul pavimento ricoperto da un soffice tappeto bianco. Lì si comincia a trattare sul prezzo. “Nepalese”, ci dice. Gabriel, acquirente occidentale modello, acconsente. Tutti gli indiani, con buone o cattive intenzioni, cercano di rifilarci o droga o pashmine per “sister and mother and grandmother and great grandmother”. Sono i più grandi mercanti. Cominciano con la filosofia, il bene e il male, l’induismo e l’islam, per arrivare ai teli, ai vestiti ecc..

Dalla terrazza del nostro hotel, abbiamo la fortuna di vedere buona parte di Varanasi. Volano molti aquiloni sotto un cielo sporco di smog. Tra le terrazze dei palazzi, gli indiani fanno a gara nell’addestrare gli uccelli, che in stormi interi obbediscono nelle loro virate al verso riprodotto meglio. Vediamo scimmie in lontananza sui tetti degli altri palazzi.

Siamo presto stanchi, e presto ci chiudiamo in camera in chiacchierate portate avanti dalla stanchezza.

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Dormiamo come dei pescatori tornati a casa da giorni nell’oceano la mattina del 20 agosto. Il proprietario del nostro hotel ha vissuto anni in Inghilterra, e ora che è tornato e ha aperto il suo business con impressioni occidentali, lo troviamo tutto il giorno nel ristorante del rooftop a guardare partite di cricket e baseball su una piccolissima televisione anni settanta. Molto spesso i suoi lavoratori lo assistono nella visione delle partite. Alcuni di loro sono più simili a servi. Non parlano inglese e ci sembra abbiano insegnato loro un’educazione eccessiva nei confronti dei clienti, e in generale degli occidentali. “Fate come a casa vostra”, ci dice. E noi facciamo così, tra spinelli e succhi al mango sul tetto di Varanasi.

Ci dirigiamo verso la Burning Guard, dove i morti vengono cremati. La desolazione dei palazzi che sono dietro, con bambini nudi che ci camminano intorno, quasi regali, crea uno strano legame con la sacralità che viene dopo, sulle rive del Gange. Mentre un indiano dagli occhi arrossati ci racconta il rituale della cremazione, veniamo avvolti dai fumi di legna e corpi bruciati. Non so se è stato il fumo o la consapevolezza dei corpi a non averci permesso di respirare per qualche secondo. Ci allontaniamo mentre alcune capre cercano di mangiare i fiori sui corpi dei morti.

Oggi è un giorno straordinario. E’ l’ultimo del Festival di Shiva. Ci sarà una grande festa ad Assigar, sulle rive del Gange”. Sulla strada per Assigar (non sono sicuro si scriva così), quartiere di Varanasi, mentre comincia a fare buio e vediamo probabilmente il nostro ultimo tramonto sulla città sacra, le macchine si fanno più rumorose, la calca più confusionaria, gli uomini e le donne induiste più emozionati, come i bambini che corrono qui e là portando le capre nella loro ultima passeggiata. Tutte le capre, infatti, ricoperte anch’esse di fiori e colorate, la sera verranno sgozzate per Shiva. E le mucche, anch’esse decorate, che si fermano in mezzo alla strada aumentando il traffico e le curve spericolate dei risciò, questa sera verranno adorate più che negli altri giorni. Assigar è una piccola baia con delle scale che verso l’alto danno su un tempio e in basso sul Gange. Ci sono più colori che mai ad Assigar nel giorno di Shiva. In prossimità della riva sono stati allestiti diversi banchetti di legno, con dei tappeti rossi sopra, e delle coppe d’oro con fiori e forse ceneri. Ci viene detto che ci saliranno, a momento debito, dei Sadhu, dei santi monaci vestiti di arancione, che praticheranno il rituale. Dei bambini, una vecchia, una ragazza, ci portano delle coppette con una candela circondata da fiori. Venti rupie e dopo il rituale dovremo lasciarle accese al Gange, e ringraziare Shiva. Ci appostiamo a due passi dai Sadhu che cominciano il rituale. Sugli scalini dietro loro, una folta massa di persone comincia a sedersi, con i palmi delle mani uniti. Davanti a loro, sul Gange, piccole barche cominciano ad affollarsi. Chi vorrà pagare qualche rupia, potrà assistere da lì allo spettacolo. Poi si allontaneranno, arriveranno fino all’altra sponda del fiume. I Sadhu si cospargono di fiori. Accendono fuochi sulle loro torce dorate, e con questi indicano il fiume, la terra, il cielo. I fumi, allo spegnimento dei fuochi, circondano prima i Sadhu e poi gli spettatori sugli scalini. Le preghiere si fanno più silenziose. E’ una festa gioiosa e colorata come non ne avevo mai viste. Una sacralità felice che non avevo mai conosciuto. Alle ultime foto e gli ultimi fuochi, una forte pioggia comincia a cadere. Chi riesce si rintana sotto dei teli di plastica improvvisati da alcune bancarelle. Siamo due occidentali con decine di indiani sotto quel telo bagnato. Alla fine del monsone, abbiamo difficoltà ad accendere le nostre candele. Sono molti i ragazzi che ci aiutano. Con i nostri ringraziamenti, il Gange si prende anche un po’ delle nostre mani, ma più vicini alla cultura non ci sentiamo schifati.

La notte passeggiamo un po’ prima di tornare all’hotel.

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L’ultima mattina a Varanasi, mentre sono sotto la doccia, sento Gabriel imprecare. Una volta uscito, apre la porta della nostra stanza che dà su un balconcino. Due scimmie ci guardano appese sul cornicione. Non siamo abituati a quei piccoli umani dall’animalità imprevedibile, e curiosi e un po’ spaventati chiudiamo e apriamo più volte la porta di legno.

La sera si parte per Darjeeling nel nord del West Bengala, al confine con il Tibet a nord e il Nepal a ovest. Per l’ultimo giorno a Varanasi decidiamo di vedere i templi perché finora non ne abbiamo visto nessuno. Ci faremo una lunga passeggiata da soli pur di evitare di essere accalappiati da qualche indiano come due turisti sprovveduti e soprattutto turisti.

Il tempio del dio scimmia è fatiscente e sacro per l’umanità che si trova al suo interno. Levateci le scarpe, passeggiamo sul suolo dell’atrio bagnato. Delle colonne sorreggono il tetto, colonne dipinte di rosso con la stessa materia che gli induisti utilizzano per disegnare il punto rosso sulla fronte. In piccoli spazi coperti, molti si sdraiano o siedono intorno a un guru, che suona musica e intona una preghiera. Siamo accolti come fuori anche in quel luogo sacro. Ma qui non importa il colore della pelle e i tratti, il dio viene pregato senza perdersi in altro. In una stanza viene portato del cibo come offerta. Fuori da questa una lunga parete è decorata con scritte in hindi. Sono molti ad ammassarsi solo per toccarla, per poi toccarsi il petto e la fronte. La povertà non ha importanza se la divinità è buona, o ancor di più se la divinità esiste. La divinità esiste sempre. E gli indiani di Varanasi, anche per le strade, anche lebbrosi, non possono rubare o far del male, perché il karma è ciò che muove l’universo. L’intera società, dicendolo ad alta voce, è impregnata di religione. Sembra di sperimentare un socialismo religioso. Ed è questo a muovere la piccola economia. E se uno chiede più del dovuto, l’importante è che l’altro accetti; ma se questo non succede, allora non ci saranno conflitti. Shanti (pace), ci viene detto. “You happy, I’m happy”, ci ha detto il vecchio Kaiser prima di partire da Agra, e forse noi siamo ingenui e Kaiser ipocrita, ma ci pare che qui il benessere mentale venga poco prima di quello fisico.

Il secondo tempio è dove i poverissimi studenti indiani vengono a riposarsi e a studiare. Qui abbiamo capito come la struttura tempio, la struttura sacra, fosse poco importante rispetto al nostro paese. Come fossero le preghiere degli uomini a creare l’importanza e la sacralità e la sontuosità del luogo stesso.

In hotel facciamo conoscenza di due turisti austriaci ventenni. Anche loro vanno a Darjeeling peraltro con il nostro stesso treno. Decidiamo di prendere il Tuc tuc insieme. Il viaggio fino alla stazione è di un’ora. E ammassati tra zaini e nostri corpi in quello spazio claustrofobico ci ricordiamo della nostra sopravvivenza sull’autobus dell’inferno. I nostri compagni austriaci si sollevano sopra le teste degli indiani come angeli biondi venuti da pianeti migliori. Come delle canne poste in verticale su un fiume, che per vedere dall’alto sono costretti a rimanere fermi, dice Gabriel. E se ricchi, regalare caramelle a una vecchia rachitica che chiede soldi è più disonesto dell’essere poveri.

Il treno è in ritardo di quattro ore. Finalmente alle 22:00, una volta saliti, ci portano nella nostra stanzina. C’è una luce da camera operatoria, e l’aria condizionata va ben oltre l’Himalaya. Abbiamo quattro letti, uno per me e per Gabriel e altri due per una signora induista tutta gialla e un ragazzo indiano. Nel luogo di mezzo dove c’è una porta del treno, tra la nostra cabina da ricchi e un’altra, chiediamo a due ragazzi indiani di controllo se possiamo fumarci una sigaretta. Nel fare questo portiamo i resti della nostra zuppa, ovvero la nostra cena, al cestino. Uno dei due indiani, alla nostra richiesta, apre la porta del treno a 100 km/h e ci dice di buttare lì fuori gli avanzi. Gabriel butta e il vento ci porta trequarti della zuppa latte di capra su scarpe e gambe. Ci mettiamo poco dietro a fumare. Un altro indiano butta la spazzatura giù dal treno, o meglio svuota il cestino giù dal treno, e questa folata ci arriva anche sulle magliette e le mani e ci fa un po’ più schifo della prima. Mentre i nostri due amici in combutte illegali (c’è scritto largo due metri che è vietato fumare) mangiano su un lettino a fianco a noi, passa un uomo piegato da un grosso sacco che porta sulla schiena. Un paio di spinte ed è nell’altra cabina. Le luci bianchissime creano la scena metafisica di due occidentali fumanti in quel luogo di mezzo dove tutto potrebbe accadere. Il vecchio controllore, dopo la ramanzina ai nostri amici, ci fa buttare le sigarette, dovutamente fuori dal treno in corsa. Siamo insoddisfatti, ma con un’idea in più per un film.

Sporchi luridi, ci addormentiamo sui nostri letti che sembrano legno.

22 e 23

Sul treno abbiamo incontrato una coppia di tedeschi, fratello e sorella, sedici lui venti e qualcosa lei. Ora siamo un gruppo di sei occidentali, probabilmente tutti con idee diverse sull’India e tutti con la stessa meta: Darjeeling.

Ci svegliamo mentre il treno sta per ripartire e sono le undici e trenta. Dieci ore sul letto di legno aria condizionata a palla sono abbastanza per avventurieri come noi. Saltati giù, nella stazione di New Jalpaiguri, ci dicono che sono venti minuti di autobus per Siliguri e poi quattro ore di Jeep condivisa a centocinquanta rupie a testa per Darjeeling. Ci mangiamo un paio di ananas venduti da una bancarella lì sul momento. Siamo almeno nove sulla Jeep. Ci chiudono nella parte posteriore e la macchina dell’inferno è pronta a partire. Darjeeling è a seimila piedi e qualcosa di altezza. La strada che ci porta è una continua curva tra cascate e paesaggi straordinari da film giapponesi. Il mio stomaco non la pensa allo stesso modo e dopo due ore di viaggio divento bianco come un cencio e il Plasil mi salva (più o meno) dal vomitare tutto il nulla che avevo mangiato.

Darjeeling è una città sospesa di indiani con le facce cinesi, tibetane, nepalesi, ed è pulita e siamo incastonati sulle montagne. Ci chiediamo come abbiano fatto a costruire una città lassù, una strada lassù.

Ci fermiamo in un hotel. Nelle camere 312, 313, 314, siamo una fila di occidentali. Non ne ho visti altri. A Darjeeling il turismo è bangladese, nepalese, tibetano, non di certo europeo, ma l’europeo non incuriosisce come nell’India del Sud, perché qui l’America ha messo piede con il commercio di vestiti e con ragazzini che studiano nei college e parlano un perfetto inglese. Siamo arrivati in un altro paese, anche il cibo lo fa capire.

La sera io e Gabriel usciamo e troviamo una piccola casa a mo’ di locanda dove una ragazza grossa dal viso cinese ci ospita e ci cucina dei momo (ravioli) veg.. E chiacchieriamo con lei che non parla inglese, e ci sentiamo coccolati e un po’ a casa.

Le camere dell’hotel danno su una vista straordinaria. E’ un paesaggio verde che ricorda l’infinito romantico. E la notte i piccoli villaggi in lontananza ci regalano le stelle senza dover alzare la testa. Siamo nel luogo dove, sulle terrazze, con la musica dei Pink Floyd in sottofondo e le nuvole che scorrono sulle nostre braccia, possiamo anche noi credere alla magia.

Non c’è molto da dire su Darjeeling e sui due giorni che ci abbiamo passato. Abbiamo fatto qualche acquisto a bassissimo prezzo e abbiamo passeggiato con grande shanti in paesaggi onirici.

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Ore quindici e trenta, pronti a ripartire. Mi preparo al peggio e non mangio un bel niente. Saliamo nei posti davanti. Dietro, mamma e figlia volto tibetano; dopo, quattro indiani del sud. Siamo accanto all’autista che ci lascia lo stereo. Nelle quattro ore di discesa, domiamo la macchina dell’inferno con i Led Zeppelin, Iggy Pop e Vinicio Capossela con tutti gli indiani che non mandano un fiato. Le scelte di deejay Gabriel non fanno un piega, e già dopo poco siamo giù.

Il casino di New Jalpaiguri, i risciò e le mucche, l’aria irrespirabile della città più inquinata del Bengala ci ricordano che siamo di nuovo in India, nell’India che conoscevamo. Dopo due giorni di paradiso terrestre, siamo tornati nell’inferno delle macchine che fa bruciare le orecchie, e non ci vogliamo stare più di dieci minuti. Calcutta è la prossima meta e non sappiamo come diavolo arrivarci. Alla stazione dei treni ci dicono che o si parte alle 20:50 nella carrozza General, ovvero la più povera e rigorosamente senza letti, oppure la mattina alle 5:30 e arrivare distrutti nel pomeriggio di Calcutta. Il viaggio dura circa tredici ore. Indecisi tra uno schifo e un altro andiamo per il primo, mentre un ragazzo indiano ci ferma chiedendoci un selfie perché non ha mai visto dal vivo quelli come noi, solo in televisione. “Vi dispiace se sto un po’ con voi?”, ci chiede. Certo che no. Allora ci accompagna alla platform. Ci prendiamo al volo qualcosa da mangiare e tentiamo di salire su una carrozza con i letti, ma il nostro amico ci ferma e ci dice che no, dobbiamo andare nell’altra. La carrozza General è la povertà che si muove. Anziani rachitici e scalzi su sedie mezzo metro; studenti dallo sguardo psichedelico; coppie che si addormentano a turni per paura di essere derubati. “State attenti. Occhi aperti”, ci fa il giovane prima di lasciarci, che fino ad allora era sempre stato figlio e mai padre. Sedutici sulla nostra panca, siamo in quattro; davanti ne abbiamo un’altra e sono in tre. Sopra, sui poggia-bagagli, c’è chi si arrangia per dormire sdraiato, sul ferro duro con una coperta leggera e basta. Le porte sono sempre aperte e non c’è police come mi dicono un paio di ragazzi che si girano una canna vicino al bagno. E dopo una sigaretta Gabriel e i nostri nuovi amici si fanno un bel joint e tanti selfie allo specchio del cesso mentre il treno è partito e il vento soffia. E’ nella General che sto scrivendo queste righe col mio super computer Apple mille euro mentre intorno cinque o sei indiani guardano sullo schermo. Mi chiedono se è la mia lingua e dico sì. Adesso un ragazzo dalla camicia rossa ci si è messo a parlare, tutto sorridente, inglese indiano, parla con Gabriel. Abbiamo già fatto amicizia. Adesso sono in tanti a parlarci. Siamo già più tranquilli.

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La notte, bellissime ragazze sorridono sdentate; bambini mezzi nudi con sguardi malinconici vagano non più curiosi; vecchie scalze si arrampicano sulle impalcature in ferro cercando riposo. Uno studente di fisica cinquantenne, mi recita poesie di Tagore mentre i nostri vicini di panca cominciano a dormire. Un angelo custode divide il suo tabacco da bocca con noi.

Fumiamo sulle porte del treno in corsa, uniche vie di fuga dalla carrozza General. Saranno undici ore di veglia notturna. Non ci importa nemmeno più dei turni di sonno. Quel che è peggio è l’impossibilità fisica. Siamo in quattro per un metro e mezzo di panca.

Cambiano spesso i nostri compagni di viaggio. La spossatezza sulle loro facce è sempre la stessa.

Alle quattro e trenta l’alba la disprezziamo, e un bambino con padre e madre, guarda fuori. Col sorgere del sole cantiamo qualche canzone italiana percuotendoci le cosce. Il bambino è divertito e ci segue nel ritmo. Anche la madre ride.

Sette del mattino. Il treno si ferma e la gente comincia a scendere. Sale un trans che chiede dieci rupie. “Fuck me please”, mi dice più volte. Gli altri sono andati. Io e Gabriel prendiamo le valigie. “Fuck me please”, mi ripete la nostra nuova amica. Tenta di toccarmi. Il buon Gabriel scende giù. Il trans non mi fa passare. Dopo un paio di dolci toccatine, la spintono tra i suoi gemiti di goduria. Salto giù dal treno. “Welcome to Kolkata”, recita una scritta sopra ad alcuni bambini nudi che giocano.

Categories: Reportage

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