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Finisce così – Viaggio in India (parte quarta e ultima)

22/09/2018.Vittorio Parpaglioni.7 Likes.0 Comments

 

“Dimmi, o luna: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?”

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Jaisalmer è la città di sabbia. Le case sembrano essere state costruite con la sabbia, e intorno tutto è terra secca. Come ogni città che abbiamo visitato nel Rajasthan, anche Jaisalmer è costruita intorno a un forte. Il sole è pesante e il caldo non è umido e amazzonico ma secco e cocente.

Al nostro arrivo, dopo aver trovato alloggio in un hotel lussuosissimo e “cheap”, la città sembra deserta. Non c’è un bel niente e non c’è nessuno né la notte né il giorno. Solo avvicinandosi al forte le macchine e le moto cominciano a girare e la gente a uscire.

Nel primo pomeriggio, durante la nostra prima uscita, un uomo ci ferma a qualche metro dal nostro hotel. Ci propone di prendere una moto o due a basso prezzo fino a sera o se vogliamo la mattina dopo. Sono delle belle moto 350 e noi non abbiamo la patente ma ovviamente questo non ha alcuna importanza. Decidiamo di prenderne una e guiderò io, quindi Gabriel mi lascia fare un giro di prova. Appena accelero la moto si spegne e allora mi accorgo che ci sono le marce, le quali non sono assolutamente in grado di gestire. Veniamo declassati a una moto piuttosto bella ma ancora con le marce. Allora uno scooter classico 125. Piuttosto deluso salto sù e faccio il mio giro di prova. L’assoluto ha compimento, e quando orgoglioso torno indietro la ruota davanti scivola su del fango e io scivolo sul motorino e poi sulla terra dura e sabbiosa. Vengo soccorso da due bambini in corsa e ho solo qualche graffio mentre Gabriel ride sotto il portico dell’agenzia. Prendiamo comunque lo scooter. Con più cautela scendiamo verso la strada principale che gira intorno a Jaisalmer. Dato che tutti suonano e io non ho voglia di essere originale, suono anch’io, e alcuni in macchine ridono divertiti. Guidare in India è un’esperienza che non avrei mai pensato di fare.

Arriviamo al lago di Jaisalmer. Tanti pesci gatto fanno a gara per mangiare i biscotti lanciati da alcuni bambini. Oltre al porticciolo e alcuni pedalò, degli alberi crescono sottacqua ai limiti del lago; e al centro di questo un’isola sospesa con un piccolo tempio e tanti piccioni. Vediamo volare enormi pipistrelli. Prendiamo un pedalò quando si avvicina il tramonto. Nel nostro girovagare storto incontriamo una ragazza thailandese che avevamo conosciuto a Jodhpur. Ci sono tante barchette che passano. Due ragazzi in motocicletta ci salutano da una sponda del lago. Torniamo a casa non troppo tardi. Domani andremo nel deserto e ci rimarremo per tre giorni.

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Jaisalmer è l’ultima città a ovest dell’India. Oltre questa si trova il Pakistan. A dividere Pakistan e India è un deserto. Quando qualche settimana prima ci hanno parlato della possibilità di passare dei giorni lì, soli con un accompagnatore e dei dromedari, non abbiamo esitato.

Sono le quindici quando montiamo su una macchina rossa diretta verso il principio del deserto. Siamo col proprietario dell’albergo che si è molto premurato per la nostra puntualità. Con lui un suo assistente che guida.

Dopo circa mezz’ora il terreno si fa più secco e sabbioso, e vediamo alcuni piccoli villaggi composti da case sporche di polvere. La macchina si ferma nel mezzo della strada quando a destra e sinistra abbiamo tre uomini e tre dromedari. Più avanti sulla nostra destra una jeep e altri cinque dromedari. Questi ultimi, macchina compresa, li vediamo muoversi quando due degli uomini che ci hanno accolto cominciano ad andare verso di loro. Rimaniamo soli con un uno e tre dromedari. Il nostro uomo del deserto si chiama Bobby. Ha la pelle più scura di un indiano e più dura; e i tratti del suo viso sono secchi e dritti come quelli di un arabo. Lo aiutiamo a montare della roba sui dromedari e poi saliamo noi stessi. Proseguiamo verso est mentre la sabbia aumenta, gli alberi diminuiscono e il sole dà alla testa. I nostri dromedari sono legati tra loro. Il primo della fila è Bobby che cammina e non cavalca. Poi Gabriel, infine io. Viaggiamo a testa scoperta, e Bobby mentre cammina con passi lenti e cadenzati è l’immagine di ciò che avevo nella testa per “uomo del deserto”. Si guarda intorno, a volte, con una smorfia causata dal sole che gli inarca il naso già appuntito e dritto.

Più andiamo avanti più un silenzio surreale prende forma. Dopo circa un’ora vediamo il vero deserto. E’ una grande distesa di sola sabbia. E’ l’immagine perfetta che molti potrebbero avere nella testa pensando al Sahara. E c’è solo quello e nient’altro, all’inizio. I nostri dromedari cominciano in una salita che non sembra faticosa. Le dune creano un paesaggio troppo umano per essere così lontano dalle città. Le loro onde sembrano ideali. Oltre questa distesa, torniamo a vedere il paesaggio secco e sabbioso, ma tuttavia fertile, che precedeva il deserto. Sono le cinque e ci accampiamo sotto l’unico cespuglio in grado di proteggerci dal sole e dal vento. Siamo nel deserto come ce lo immaginavamo.

Dopo aver scaricato tutto, Bobby stende un telo per terra, all’ombra, poi si allontana per qualche minuto e quando torna ha con sé alcuni bastoncini secchi. Dietro al cespuglio poggia alcune pietre e in mezzo a queste poggia i ramoscelli. Il fuoco resterà acceso fino alla sera e Bobby resterà vicino a questo trafficando con cibo e quant’altro. Ci porterà prima del tè in un bicchiere di metallo, poi della frutta, un antipasto e infine la cena. Scopriamo che i dromedari stanno portando ventiquattro bottiglie d’acqua, le quali ci dovranno bastare per i successivi tre giorni.

Bobby viene raggiunto da un amico – forse uno di quelli di prima – che si è accampato poco lontano con un gruppo di turisti. Sono lì tutti e due vicino al fuoco quando fanno trentacinque gradi e si alza un piacevolissimo vento. Ci allontaniamo per scavalcare la prima grande duna che sembra un’onda diventata prima pietra e poi sabbia. E così facciamo vedendo le luci oltre questa quando nessuno parla. E se noi urlassimo siamo sicuri che tutti ci sentirebbero. Come un paradosso.

Ogni cosa nel deserto è un atto poetico. In quanto tale comprende un sentimento pre morte. Vedere il nostro uomo col fuoco acceso al vento al calare delle luci. Non ci lamenteremo se fosse l’ultima cosa che facciamo.

Mangiamo alle diciannove perché il sole tramonterà presto. Così Bobby avrà il tempo di lavare i piatti e mettere apposto le cose prima che il vento salga a portar via la sabbia che porterà via tutto ciò di cui non c’è bisogno. Nascoste in un cespuglio ci sono due piccole brande che Bobby ci porta. Le posiziona una vicina all’altra sulla sabbia accanto a un albero basso che protegge dal vento. Prende due coperte e le mette sopra. Allora il sole è tramontato e sono solo le otto passate da poco e tutto diventa buio, buio pesto come non l’avevo mai visto; solo le stelle illuminano, e da lontano, molto lontano, vediamo le luci di un piccolo villaggio. Più tardi sentiremo dei suoni di tamburi e dei canti. Sembreranno vicinissimi, ma quando ci alzeremo e andremo a vedere oltre la duna, vedremo solo delle luci sfumate.

Siamo andati col sole, con la luna e con la Terra. Abbiamo aspettato il tramonto. Abbiamo visto e sofferto il tramonto. Abbiamo visto comparire la luna e le stelle e siamo stati sempre e solamente fermi.

Ci sdraiamo sul letto, fumando; tutte le stelle stiamo vedendo; sembriamo circondati da stelle, manca solo il terreno sotto i nostri piedi. Riusciamo a vedere le sfumature della via Lattea mentre il vento di sabbia ci copre le mani e i capelli.

Bobby sembra addormentarsi molto presto. Appena si sdraia sul letto non parla e non fiata. Noi ci metteremo qualche ora.

Le sigarette vengono consumate dal vento. Scarabei stercorari intorno alle nostre brande muovono merda secca di dromedario. Ci addormentiamo con la sensazione che se il vento cessasse, anche il nostro respiro farebbe lo stesso.

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La mattina apro gli occhi quando ci sono ancora le stelle, e il sole, poco sotto, è appena sorto. Il cielo è a metà tra il blu della notte e l’arancione dell’alba. Il vento è cessato ma rimane il freddo che ha portato durante la notte. Siamo avvolti nelle nostre coperte. Alzando leggermente il collo vedo Bobby che scende dalla branda e si accende un beedi. Raccoglie altri ramoscelli e utilizza le stesse pietre del giorno prima per accendere il fuoco. Ancora in dormiveglia, quando il sole non è ancora sorto, sento Bobby avvicinarsi e lasciarmi accanto, per terra sulla sabbia, una tazza di metallo con del chai. Lo ringrazio e lui risponde “welcome”, come fa molto spesso. Il suo tono nel rispondere è soave e profondo e misterioso, come il vento che viene dal deserto. E c’è da aggiungere che Bobby non parla mai.

Ci alziamo e ci avviciniamo al fuoco. Dopo aver mangiato delle uova sode decidiamo di fare una passeggiata oltre le dune perché il sole si vedrà solo da là sopra. Ed è un sole velato. Non ci sono nuvole. L’intero deserto, enorme, mancando il vento, non emette un rumore. Svegliarsi sotto l’alba, pur avendo dormito male, è rigenerante come un lungo sonno.

I dromedari durante la notte dormono vicino a noi. Appena fa giorno vanno a cercare da mangiare, e spesso fanno lunghi tragitti, e noi non capiamo come faccia ogni volta Bobby a ritrovarli. In mezz’ora vediamo Bobby e i dromedari tornare. In venti minuti i dromedari sono sellati e montiamo quando sono le sette e trenta. Torniamo verso il deserto più fertile, quello che non è pura sabbia, ma dall’altra parte e non tornando indietro. I dromedari vanno lenti e Bobby su nostra domanda dice che camminare è meglio che cavalcare quando è mattina. I dromedari seguono i passi di Bobby e noi quelli dei dromedari. Sarà un lungo viaggio dove i nostri occhi avranno la possibilità di vedere molto lontano seguendo il terreno. Abbiamo visto delle donne vestite di rosso e viola con dei bambini portare al pascolo le capre. E i bambini ci hanno rincorso e salutato per un po’. Più avanti ci siamo fermati in un piccolo villaggio di solo tre o quattro case. Bobby si è fermato a un pozzo e ha riempito due borracce che porta con sé. Una donna anziana vestita di viola si è avvicinata a Bobby dopo una lunga camminata dalla casa più lontana. Non ha avuto interesse di salutarci. Ha parlato silenziosamente con Bobby. Quando ci siamo allontanati l’ha baciato sulla fronte tenendogli il capo con entrambe le mani.

In una pianura dove crescono solo cocomeri, ci fermiamo a cibare i dromedari. Ci vengono offerti dei “watermelon”. Quando è l’una e il sole brucia sulle spalle e sulla nuca – perché andiamo verso est – ci accampiamo all’ombra di un cactus. Intorno a noi potremo dire con certezza che non c’è nulla. Bobby accende il fuoco.

Era ovvio che il vero nome di Bobby non fosse Bobby. Quando glielo chiedo sorride e mi risponde che si chiama Pathan. Gli chiedo se lo posso chiamare col suo vero nome e mi risponde di sì.

Pathan è nato nel deserto in un piccolo villaggio. Ci racconta che ha quattro figli e non ha mai vissuto in città e nemmeno loro. Sono dieci anni che accompagna turisti in giro per il deserto. Ci dice che è malpagato, perché a fine mese si trova con soli ventiquattro euro in tasca e i dromedari non sono suoi. Questo è tutto ciò che sappiamo di Pathan. Il resto possiamo desumerlo dal viso.

All’ombra del cactus, ci viene preparato un ottimo pranzo con riso e verdure. Nel deserto non c’è nulla da fare, e quando anche le discussioni filosofiche fomentate dall’ambiente hanno fine, si torna a essere bambini e a inventare giochi per far passare il tempo. Così, quando vediamo delle capre che pascolano, in gran velocità le inseguiamo e le mettiamo in fuga; quando invece, più tardi, accampati sotto un albero, i nostri dromedari vengono lasciati in libertà e prontamente ricercano cibo, noi cerchiamo di seguirli segretamente con passi felpati. Abbiamo teorizzato che quando vanno in via grande silenzio in realtà tentano una fuga di gruppo. E così si incitano a vicenda ogni volta che il (grande) momento sta arrivando. Poi, nel bel mezzo della corsa sfrenata, vedono gli alberi, e le foglie, e i frutti, e allora il desiderio di cibo va oltre loro il desiderio di libertà, e cominciano a mangiare e mangiare anche tutto il giorno e Pathan li riacchiappa e il loro piano di fuga sfuma tristemente.

Così arriva la notte e il tramonto passa inosservato. Dopo cena Pathan ci chiede dove vogliamo dormire. Rispondiamo sotto quell’albero che sembra una quercia. Siamo a due passi dal deserto di dune e sabbia. Pathan ci porta le brande e noi le posizioniamo dove tira meno vento. Ci sdraiamo quando il cielo si riempie di stelle. Poco più tardi, nel totale buio, io e Gabriel decidiamo di fare una passeggiata sulle dune. Ci arrampichiamo sopra queste senza sapere la loro altezza. Arrivati su, ci sediamo, coperti da stelle mai viste e la via Lattea; e a destra non ci sono luci e a sinistra un piccolo villaggio lontano si mostra. Siamo soli nel silenzio. Mi sento tristemente piccolo e fragile, riservando ancora la possibilità di essere lì sopra un giorno. Abbiamo detto parole banali per sopportare quella grandezza; poi siamo scesi e tornati sulle nostre brande.

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La mattina del dodici, dopo l’ultimo fuoco all’alba del deserto, i nostri dromedari ci accompagnano a una grande strada nel bel mezzo del deserto dove le macchine corrono veloci. Intorno enormi pale eoliche fanno da sfondo al paesaggio brullo. Pathan aspetta con noi l’arrivo della macchina che ci riporterà all’hotel. Nell’attesa giochiamo tutti e tre a lanciare sassi contro altri sassi e vince chi ne colpisce di più. Delle capre passano ai nostri fianchi e una moto con tre ragazzi si ferma e i tre scambiano due parole con Pathan. Alcuni camion grigi e aperti trasportano donne con vestiti colorati che noi cerchiamo di salutare ma senza successo perché non siamo ricambiati.

Arriva la macchina bianca. Il proprietario dell’hotel è venuto prenderci. Diamo il nostro addio a Pathan e ai dromedari. Dagli specchietti li vediamo allontanarsi.

Arrivati all’hotel alle dieci del mattino passiamo qualche ora a riposarci e a lavarci dalla sabbia del deserto che teniamo addosso da tre giorni. Non abbiamo alcuna voglia di muoverci. Solo più tardi faremo una passeggiata e Gabriel continuerà in solitaria. Solo allora, alle venti della sera, dopo tre ore che non si fa sentire, temerò che qualcuno lo ha rapito; timore corroborato dalla risposta di un uomo alla mia domanda se lo aveva visto lì in giro: “Sì, è passato in sella a una moto con un paio di uomini”. Solo più tardi, mentre un po’ paranoico anche per la stanchezza sono seduto al tavolo del ristorante sulla terrazza mangiando un sandwich, lo vedrò tornare con un sorriso beffardo, e mi dirà che ha finito tutti i filtri che avevamo; allora lo manderò da qualche parte e lui mi racconterà di essere stato a fumare cilum in un tempietto con un poliziotto appena promosso a maggiore e un paio di Sadhu con la barba lunga. Allora scenderemo in stanza, ci inventeremo un filtro per un’ultima sigaretta e andremo a dormire.

13 e 14

Il nostro viaggio volge al termine con una successione di aerei nei quali la nostra mente confusa non sa bene a cosa pensare.

Salutiamo i nostri amici dell’hotel di Jaisalmer. Alle diciassette veniamo accompagnati in aeroporto da un Tuc tuc, e attraversiamo per un’ultima volta il paesaggio poco fertile che precede il deserto. Una volta arrivati, una guardia ci chiede i passaporti. Ci accorgiamo di non averli. Infatti Abdul il receptionist se li è tenuti con sé, e noi abbiamo fatto il possibile per non ricordarglielo. Quando mancano cinque minuti alla chiusura dell’unico gate di quel piccolissimo aeroporto, vediamo il nostro Abdul, magro ed elegante con un lungo naso sporgente, arrivare in moto (la stessa moto che avrei voluto guidare io!) senza casco e affascinante come un James Dean del deserto. Con una certa agilità ci lancia i passaporti e noi voliamo dentro e in pochi minuti siamo seduti sull’aereo. Poi arriveremo a Jaipur; la sera tardi a Delhi. Il volo Alitalia che ci riporterà in patria sarà la notte tra il 14 e il 15. Decidiamo allora di prendere una stanza in un hotel costoso e macabro con le finestre assolutamente aeroportuali vicino all’aeroporto stesso.

Quando ci siamo svegliamo nel caos di Delhi che tanto non ci mancava, facciamo sì che il nostro viaggio possa finire come un cerchio che si chiude quando i due viaggiatori hanno cambiato occhi ma non facce. Allora torniamo in quella vecchia via in Old Delhi, vicino al Red Fort, che sembra molto lontana anche nel tempo oltre che nello spazio. Stavolta non è un Tuc tuc a portarci. La macchina affronta l’intenso traffico e mentre ci avviciniamo le nubi di smog delimitano il confine tra centro e periferia. Non andremo a mangiare paratha nel più buono e più squallido fast food di Delhi; faremo solo una passeggiata con qualche samosa in mano e un piatto di noodles come pranzo. Non troviamo il vecchio Mohammed con la sua bicicletta. Ed è un peccato; e ne siamo un po’ tristi ma non ce lo diciamo. In realtà non vediamo con occhi nuovi. C’è solo un certo ribrezzo per alcune cose di cui prima eravamo curiosi. Però siamo felici ed emozionati di un’altra emozione di mettere i piedi esattamente dove eravamo passati esattamente un mese prima. In realtà siamo stanchi. Abbiamo preso in corpo e in testa tutto quello che potevamo. Abbiamo dato un saluto disinteressato, e non pensiamo che sarà l’ultimo per lungo tempo quando ci sediamo sul taxi che ci riporterà all’hotel. Siamo felici di andare via perché per ora non c’è altro da dire, tra noi e l’India. Come quando due vecchi amici si danno un saluto di lungo congedo senza troppi convenevoli. Quindi addio all’India che abbiamo visto in faccia lo diremo tra qualche settimana; forse tra mesi. Ma la cosa più importante, quando ormai saliamo sul nostro aereo, è la certezza che l’India la rivedremo ovunque, in momenti inaspettati, in momenti aspettati; come un parente che è morto di cui si è accettata la morte, e allora non ne resteremo offesi o turbati, diremo soltanto che quella è l’India, diremo soltanto questo, e immagino che farà parte della nostra vita.

FINE PARTE QUARTA E ULTIMA

(Ringrazio vivamente Giuseppe Nibali per il suo continuo sostegno in questo mese e anche prima, e la continua passione e disponibilità. Lo ringrazio per avere il coraggio di pubblicare storie di una generazione che raramente ha questa possibilità.)

Categories: Reportage

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