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Abbiamo ritrovato la pace a Jaipur – Viaggio in India (parte terza)

15/09/2018.Vittorio Parpaglioni.6 Likes.0 Comments

“Nemmeno la morte desterà paura in colui che ha vissuto saggiamente”

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Solo nelle mattine successive ai giorni di viaggio ci accorgiamo veramente di dove siamo.

Nel primo giorno di settembre ci svegliamo a Jaipur. Siamo dall’altra parte dell’India; a nord, nel Rajasthan. Oltre che nell’aria, c’è qualcosa di diverso nelle persone stesse. Adesso che siamo più vicini al Pakistan, i loro visi sono più secchi, più netti, più lunghi e più chiari. C’è meno povertà a Jaipur. E l’alba e i tramonti si vedono chiari. Le nuvole di smog, se qui esistono, vengono prese dal vento e vanno a sud. Siamo più vicini al deserto, ma è più fresco.

La sera prima il ragazzo alla reception ci aveva consigliato un giro turistico. Il “Tuc Tuc boy” dell’hotel ci avrebbe accompagnati qua e là, dal Fort Ajmer al Palazzo Reale. Il prezzo è accessibile e accettiamo.

Il Royal Palace di Jaipur è diventato pubblico solo nel 2011, quando Maharaja di cui non ricordo il nome ha “lasciato il corpo”. Tutta la città si dirama a nord, est, sud, ovest partendo dal Royal Palace. E solo per il fatto che sia così diverso da quello a cui siamo abituati, sia nell’altra India che nella nostra Europa, non possiamo dire che il Palazzo Reale non sia splendido. I nostri occhi avevano bisogno di bellezza. Una volta usciti siamo un po’ più felici.

Surrendra, inglesizzato da lui stesso “Surrender”, è l’uomo che ci porterà in giro in questi due giorni. Sembra un padre più vecchio e più povero; dolce, come uno che ha sofferto e se ne è fatto una ragione. E’ grosso e goffo e sorride sempre. E’ lo stesso Surrender a dirci che non dovremo andare a Fort Ajmer quel pomeriggio, bensì al Monkey Temple.

Il tempio è incastonato tra le montagne, e quando arriviamo, sulla pianura terrosa, vediamo solo tantissime scimmie, qualche uomo che dà loro noccioline e qualche turista. Poi mucche e cani. Ci si avvicina un ragazzino che avrà avuto tredici anni. La mattina ha la scuola e il pomeriggio fa da guida verso il tempio, perché le scimmie sono pericolose, ci dicono. Ci compriamo un pacco di noccioline e ne finiamo la metà in meno di dieci metri. Le scimmie hanno le mani dei bambini. Se all’inizio eravamo titubanti, poi ci abbiamo preso la mano, e siamo noi ad andare verso loro. Saliamo una collina in terra. Abbiamo a destra e sinistra alberi e natura. Le nostre amiche scendono da lì. Passano vari indiani in motocicletta che lanciano banane. Nel tragitto vediamo una mucca in fase parto. Metà vitello è fuori. “Cow with six legs!”, ride il ragazzino. Quando dopo ore torneremo, la ritroveremo esattamente allo stesso punto del processo, ma seduta.

Sulla collina il patto umano con la natura come non l’abbiamo mai visto. Due montagne rocciose si ergono intorno, e al centro, tra una roccia e un’altra, è costruito un piccolo villaggio di soli templi. Tra le montagne vediamo il sole al principio della sua discesa.

Bambini si avvicinano. Tra chi chiede soldi e cibo, alcuni hanno caramelle accartocciate nella plastica, e con queste ci mostrano come far salire le scimmie sulla schiena. “Le scimmie dormono là”. Il nostro ragazzo ci mostra una casa piuttosto grande in pietra.

Stiamo cominciando la discesa verso il tempio più importante. Più scendiamo più le scimmie sono spontanee con gli uomini; e quando siamo a due passi dal tempio una salta sulle spalle di Gabriel. Faranno così con entrambi per tre quattro volte.

In una grande piscina scolpita nel marmo alcuni ragazzi fanno il bagno e giocano. Uno ci propone di entrare nel piccolissimo tempio. Un Sadhu è seduto nell’ombra a guardare quello che per noi è il nulla. Rimane lì per gran parte del giorno. Sadhu o non Sadhu, qui gli uomini sono legati alla natura. Forse non c’è nemmeno molta differenza tra uomo e natura. E i ragazzi fuori giocano con l’acqua sacra come scimmie consapevoli.

Torniamo su e beviamo un chai appena sopra il tempio. Siamo ancora tra le montagne. I ragazzi della piscina ci raggiungono e uno di loro mette della musica indiana e comincia a ballare. Quando ha tempo fa il cantante, ma ora vive al tempio, diventerà un Sadhu un giorno. Ha gli occhi lucidi e felici. Sono occhi molto diversi da quelli di chi vive in città, in particolare da quelli di coloro che vivono nel fumo di Calcutta. Balla come una ragazza indiana a un matrimonio. La sua timidezza, davanti a due occidentali che lo guardano divertiti, non sopprime la spontaneità.

Alle luci del tramonto scimmie in branco raggiungono la montagna di sinistra, i cani abbaiano, i ragazzi scattano in piedi e smettono di ballare. C’è chi prende un bastone. Suona una campana in cima al tempio. Alcuni arrivano con le moto dall’altra parte della collina. Tutti urlano “bagheera! Bagheera!”. Seguiamo in corsa gli altri che si sono avvicinati al tempio. Guardano tutti la montagna di sinistra dove molte scimmie si sono sedute lasciando una via nel mezzo. Anche i cani guardano di là. Una pantera scende le montagne. Siamo tutti là a osservare quell’evento mistico. Le stesse scimmie rispettano il predatore, e non fuggono, sono lì intorno a lui. Se vorrà mangiare avrà la possibilità di provarci. E’ raro vedere una tigre lì al tempio, ci dicono.

Quando fa sera torniamo verso il nostro Surrender, che gentilmente e devotamente ci ha aspettato per tutto questo tempo.

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Abbiamo ritrovato la pace a Jaipur. Una pace amara perché la sofferenza di Calcutta grida ancora in testa e noi fumiamo il doppio delle sigarette.

Alle undici, dopo un pancake nutella e banana per cui ci dimenticheremo del pranzo, siamo già fuori. Ad aspettarci il nostro Surrender che ha piacere di vederci anche se in ritardo.

Alla loro morte, i Maharaja di Jaipur vengono sepolti nel grande cimitero dei principi. In marmo italiano sono innalzati i templi. Alle spalle di questo villaggio di principi morti, due colline verdi. Da una di queste l’acqua scende come una piccola cascata. Ci arrampichiamo su una costruzione in disuso tra le colline e i templi. Sentiamo il vento e capiamo la diversità che spacca in due il sud e il nord. Non conosco le ragioni storiche di tutto questo, ma è chiaro che la fertilità del sud è stata la sua fine, e il deserto del nord la sua fortuna.

Dopo aver mangiato in un ristorante turistico dove Surrender ci ha lasciati, decidiamo di andare al villaggio degli elefanti, poco a est. Fino ad allora ci era capitato di vedere solo un elefante girare per Jaipur con un piccolo trono rosso sul dorso.

Surrender ci porta e ci dice che ha un amico; quindi ci affidiamo a lui, ragazzo mulatto dagli occhi verdi, che ha sempre vissuto con gli elefanti perché suo padre fece lo stesso. Dopo aver chiacchierato alle luci delle quindici del pomeriggio sotto un capannino in plastica, veniamo portati in una delle tante stanze ampie e alte nel bel mezzo di quel luogo naturale e verde. Fuori ci aspetta un uomo con la faccia e i modi da ragazzo. Avrà avuto quarant’anni ma nulla oltre ai capelli e agli occhi lo avrebbero fatto presagire. Quando ci presenta Shanri, elefantessa elegante e pigra, le si muove intorno come una donna da circo. Ci mostra come darle da mangiare e noi non facciamo altro. Shanri ci guarda con i suoi occhioni grigi/blu. Sventola le orecchie, muove la coda e tiene un piede alzato: “significa che è felice”, ci fa sapere il ragazzo che d’ora in poi chiamerò l’uomo degli elefanti. Quell’animale così grande, è così fragile, e alla sola voce grossa del nostro uomo si muove goffamente come graffiato da una spada. Con la proboscide ci insegue per pacchetti d’erba costruiti.

Gli uccelli fuori cantano, i cavalli nitriscono e tanti bambini che vivono nel villaggio degli elefanti corrono qua e là, inseguendo le madri e le sorelle più grandi, capaci di sguardi sinceri e straordinari. Siamo sul dorso di Shanri, io e Gabriel, e l’uomo degli elefanti ci guida da sotto. Con passi lenti e saggi, come un albero che si muove, Shanri ci porta a vedere il villaggio. Qui delle piccole case in cemento vengono lasciate a chi lavora con gli animali. Nella bassa stagione c’è chi ci chiede i soldi, in particolare i bambini che vorrebbero comprarsi la cioccolata. Ho la sensazione che nelle alte stagioni questo luogo dai visi solari possa diventare quasi magico, durante le sere ricche intorno al fuoco, dopo i passi di turisti americani nel giorno; e chi balla, chi canta, chi suona, con tutti gli animali che fanno i loro rumori, forse consapevoli di una felicità comune.

Tornando ci fermiamo a fumare in un piccolo campo dove sono dei pilastri in roccia. Surrender ci fa salire sul Tuc Tuc. Ci avviamo verso casa quando comincia a fare buio.

3

La mattina del 3 siamo pronti a ripartire. Pushkar è la prossima destinazione e alle dodici siamo già alla stazione dei treni. La tratta Jaipur – Pushkar non esiste, quindi faremo scalo ad Ajmer e da lì prenderemo una macchina. Con i biglietti in mano mettiamo piede sul nostro binario e chiediamo informazioni a un gruppo di ragazzi in attesa. Non capiscono bene l’inglese, ma dopo qualche attimo di titubanza ci fanno notare che il nostro treno è poco più avanti e sta per partire. Dopo una corsa goffa e buffa con zaini su petto e spalle ci lanciamo dentro la prima carrozza. Il treno non è ancora partito. Una quindicina di donne ci guardano fissi come fossimo due pazzi, due pazzi piuttosto sensuali. Siamo ovviamente riconoscenti ma la nostra nuova etica indiana ci dice di scendere, scendere il prima possibile come se fossimo entrati in un bagno delle donne o ancora peggio in uno spogliatoio. Allora scendiamo quando il treno comincia a prendere velocità. Saltiamo sulla carrozza successiva e tante persone sedute, perlopiù anziane, sembrano consapevoli della nostra ingenuità. Siamo saliti sulla carrozza dei disabili. Ormai non c’è più tempo per scendere. Sono gentili, e dopo una decina di minuti nascosti vicino alla porta del treno ci fanno sedere con loro. Passiamo un viaggio tranquillo.

Sono solo due ore di viaggio fino ad Ajmer. Quando scendiamo una forte pioggia ci fradicia e cerchiamo velocemente un passaggio. Dopo mezz’ora siamo a Pushkar.

Puskar è una cittadina sacra di diecimila abitanti. Il lago sacro si trova al centro, e intorno a questo sono state costruite delle piccole case in cemento. Anche se è una città molto piccola, conta più di mille templi.

Il nostro hotel è sul lago. Il pomeriggio quando arriviamo un ragazzo occidentale è seduto a un tavolo e ci sorride. Oltre lui, sulle fondamenta del lago, centinaia di indiani si lavano alle sponde. Fino al tramonto donne con bellissimi seni scoperti faranno il bagno con bambini nudi e uomini adulti e anziani. Una voce perpetua all’altoparlante declamerà preghiere in hindi. Cani passeggeranno zoppi per le fondamenta. Bramini venderanno preghiere per qualche rupia. Solo dopo il tramonto tutto cessa; e il silenzio sale, gli uomini se ne vanno, il vento è come marino, alcuni tamburi suonano in lontananza e alcuni cani abbaiano. E il lago rimane placido con dio Shiva che osserva dagli scalini.

Passano vari occidentali nel nostro hotel. A dire la verità, a Pushkar abbiamo visto più occidentali, più turisti che in tutto il resto dell’India. La città sacra rimane sacra a tutte le ore, ma dietro, un grande mercato prende il pane per bramini e Sadhu dai turisti che passano.

Il nostro hotel ha un grande atrio. Le nostre stanze sono piccole e fatiscenti. Nel grande atrio che dà sul lago sono allestiti alcuni tavolini molto bassi dove sedendosi per terra si può mangiare.

Con noi, tra gli ospiti, c’è un Sadhu. Quest’uomo anziano con un vestito arancione che lascia scoperto il petto e la pancia, si siede spesso al tavolo vicino al nostro, e guarda video urlanti su uno smartphone ultramoderno.

Il giorno stesso facciamo conoscenza con Francesco, ventunenne italiano che è venuto in solitudine a passare cinque mesi in India. Dopo qualche chiacchierata ci presenta il Sadhu. Rocket Baba, dice di chiamarsi. Ride spesso e parla di qualsiasi cosa poco interessante se non gli vengono poste le domande giuste. Potrebbe essere un vecchio nonno un po’ ubriaco.

4 e 5

Nonno Sadhu non si fa vedere tutta la mattina, ma ci dicono che non esce mai dall’hotel. Solo verso le quindici con tutta la sua barba si siede al tavolo vicino al nostro. E’ arrivato due giorni prima di noi e Francesco ci parla da allora. Gli chiede la ragione, e lui risponde che se la deve trovare da solo. Google e internet sono i mali del mondo. Il nim, una pianta che solo lui e pochi altri possono coltivare nel modo giusto, è la salvezza. Il charas di Gabriel fa schifo.

Un Sadhu è un “rinunciante”. Egli è al di fuori della società, di ogni società, perché egli stesso lo vuole. Ci sono molte tipologie di Sadhu. Fuori dal nostro hotel un vecchio con un telo arancione sul ventre e un bastone in mano a razzolare l’erba vaga claudicante e magrissimo e senza scarpe. E’ raro che i Sadhu offrano la loro conoscenza. Ancor più raro se a richiederla è un turista che non parla una parola di hindi. E’ Francesco in realtà a farci accedere alle prime nozioni della dottrina induista. Sulla terrazza del nostro hotel, davanti al lago sacro dove ancora molti si bagnano, ci racconta di come per l’induismo l’umanità è appena entrata nella seconda fase, quella della “rottura dello spazio”. Dopo la nascita, la tecnologia dell’uomo ha reso possibile l’accesso a questa fase, e internet, i mezzi di spostamento e la rapidità di comunicazione hanno distrutto il limite spaziale. Sarà poi la rottura del tempo, e infine la telepatia. Shiva, semidio che ha raggiunto l’ultima fase dell’umanità ben prima di tutti gli uomini, vive sulla catena dell’Himalaya, e medita notte e giorno senza aver bisogno d’altro. Shiva può mandare messaggi telepatici agli stessi uomini. Abbiamo cominciato poi in lunghissime discussioni su Dio, la scienza, l’uomo, ecc…, discussioni che sono durate tutto il soggiorno a Pushkar. Il Sadhu non ne ha mai preso parte.

Raramente nei due giorni passati a Pushkar siamo usciti come abbiamo fatto nelle altre parti dell’India. Pushkar ha preso il turismo e l’ha reso normalità. Sono molti da molti paesi che vengono qui per fumare hascisc o marijuana o charas. A dire la verità a Pushkar tutti fumano, anche gli autoctoni, e tutti lo sanno ma nessuno lo dice. E’ così che molti si raccomandano di fare dopo aver fumato con noi: non dirlo a nessuno.

Il proprietario del nostro hotel è un quarantenne indiano amante della cucina italiana che si fa chiamare da tutti “Doctor Alone”. In particolare si firma “My Doctor”; e si firma un po’ ovunque, dai palazzi di sua proprietà al menù del ristorante dopo citazioni filosofiche come: “lililipi mililipi: that’s what I like. Because I like. (My Doctor)”. Sì, perché spesso la citazione comprende anche il citato. Doctor Alone non inganna, e spesso lo trovo solo e malinconico a osservare il lago. Gli chiedo se è mai stato in Italia. Mi dice di no, ma vorrebbe andare in Sardegna. Ha molti amici italiani. Mi dice che se un palazzo che ha acquistato non gli dà le giuste sensazioni, dopo un mese lo rivende.

Il 5 pomeriggio io, Francesco e Gabriel prendiamo due dromedari e andiamo verso un monte che in cima ha un tempio. I dromedari sono lenti e alti, e ogni tanto cercarono di correre, ma vengono subito richiamati dal nostro accompagnatore.

Dopo una lunga cavalcata al tramonto arriviamo al tempio di Kali quando il sole è ancora arancione. Saliamo il piccolo monte. Siamo accolti da alcuni ragazzi; ma non siamo ben voluti. Il tempio è una minuscola costruzione bianca. Dall’alto possiamo vedere tutta Pushkar, il lago e la grande scritta di Doctor Alone sul nostro hotel. Oggi è la festa di Shiva. Quando il sole è tramontato e un forte luce blu acceso è il colore del cielo, un uomo barbuto e grosso si alza dal tetto del tempio dov’era seduto, scende giù e suona la piccola campana davanti alla porta d’ingresso. Sono pochi i fedeli che si riuniscono. I ragazzi che ci hanno accolti entrano e suonano tamburi e tamburelli. L’uomo barbuto entra e canta. Non è importante essere melodici. L’importante è che tutti sappiano che Shiva è festeggiato e che quella è la festa del dio Shiva. Noi rimaniamo fuori. Poggiati sul muro bianco del tempio ascoltiamo e guardiamo. Alcune stelle escono in cielo. Quando la cerimonia finisce, ci viene dato un pezzo di un pane dolce. Veniamo a sapere che l’uomo barbuto è il prete, e due dei cinque o sei ragazzi sono i suoi figli.

Non ci sono più luci se non quelle che vengono dal paesino più in basso e dalle stelle. Dietro al tempio fumiamo con alcuni dei ragazzi. Prima di scendere il prete ci chiede se abbiamo del charas. Quando gliene diamo un po’, ci dice che il karma sarà riconoscente. Dalle camere del nostro hotel, più tardi nella notte, li sentiremo ancora ballare e suonare.

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Il 6 mattina salutiamo Doctor Alone, Francesco, Rocket Baba. Pushkar è stato un ozio, e come succede molto spesso con questo, pensiamo non ci abbia dato nulla.

Alle quattordici circa siamo sul treno che ci porterà a Jodhpur, la città blu. Saranno cinque ore di viaggio e noi abbiamo comprato i biglietti per l’affollatissima General ma siamo saltati in prima classe e non abbiamo alcuna intenzione di scendere. Quando il controllore ci chiede i biglietti, noi abbiamo l’occhio lungo e in cambio gli diamo qualche soldo. “Prego, prego”, circa; e siamo tutti più felici. Purtroppo per l’India e per fortuna della nostra pigrizia il soldo ha potere sul singolo come in pochi altri paesi mi è capitato di vedere. Quando centinaia di persone (e non esagero) si sono scattati selfie con noi come fossimo attori di fama internazionale è stato perché la nostra faccia bianca è bianca come le tuniche e le camice indossate dalle caste alte. Parlare con un bianco (sarebbe meglio dire un turista bianco) è come parlare con il proprio capo, il grande capo, con l’unica differenza che noi turisti siamo buffi e ingenui e soprattutto disponibili. Quando sorridiamo davanti alla fotocamera siamo il ricordo di un contatto con qualcosa di più importante. E questo ricordo verrà mostrato ad amici e parenti, come ogni cosa che rende orgogliosi.

Arriviamo a Jodhpur al principio della sera. Non sappiamo dove andare a dormire e non troviamo più la Lonely Planet. Allora ci affidiamo a un Tuc Tuc boy che ci assicura di portarci in un posto speciale con un bellissimo “rooftop” e molto “cheap”. Effettivamente la terrazza è molto piacevole e da lì vediamo buona parte della città medio-piccola che è Jodhpur, e in particolare l’enorme Forte.

C’è un bambino che ci serve la cena. Ha la costituzione di un bambino ma la faccia di un adolescente. Quando gli chiedo “lighter” tira fuori dalla tasca un pacchetto di fiammiferi. Ha la faccia consumata dalla noia e dalla solitudine. Siamo solo noi e una coppia indiana nell’hotel. Spesso lo vedo fare avanti indietro per i tetti della terrazza. Oppure sonnecchiare come un contadino su un lettino vicino alla reception.

7

Ho una gran voglia di pasta, in particolare di una cacio e pepe; oppure una bella parmigiana di melanzane. Solo il pensiero mi dà una strana sensazione che non saprei descrivere.

Jodhpur appare tutta blu dall’alto del forte, e girando la mattina per le strette vie in salita in pietra, ci sembra di essere in una piccola città del sud Italia. Bambini scorrazzano scalzi qua e là; signore e ragazze sono fuori dalle porte delle loro case e ci salutano sorridenti quando passiamo. Salendo verso il forte ci siamo imbattuti in poche macchine e in tante motociclette. Sono tutte Honda anni 70’ o 80’. Ragazzini anche di tredici anni montano sopra e fanno giri per il paese.

C’è un piacevole vento qui a Jodhpur. Non c’è la frenesia delle strade e tutti sembrano un po’ più vicini non più per questione di soldi.

La via verso il forte è in pietra. Arrivati su visitiamo ciò che c’è da visitare e non ci sono turisti europei, solo indiani, molti dei quali ci fermano in continuazione per delle foto.

Non ho molto Jodhpur, se non che si sente il nostro lento avvicinarsi al deserto. Le città del Rajasthan hanno altri occhi per gli occidentali, e tutti si avvicinano gentili a farti da accompagnatore, e nessuno ha fretta di ricevere la paga alla fine del servizio. La povertà è chiaramente minore e controllata. Il deserto è ancora troppo lontano per sporcare le strade di polvere, e il caldo non è abbastanza umido per sporcare le persone.

La sera del sette, verso mezzanotte dopo una cena per nulla soddisfacente e dopo aver scoperto che la cucina ovviamente è chiusa, decidiamo di uscire alla ricerca di cibo. Passeggiamo e la sera non c’è nessuno a Jodhpur. Abbiamo visto solo un uomo sdraiato per terra per terra di trovare un Tuc Tuc pronto a portarci dall’altra parte della città pur di soddisfare i nostri bisogni. Arriviamo molto lontano perché su internet avevo trovato un posto possibilmente buono e possibilmente aperto a quell’ora. Dopo une mezz’ora di viaggio e qualche centinaio di rupie scopriamo che il posto è chiuso. Allora ci facciamo portare in dietro da questo gentile vecchietto, precisamente alla stazione dei treni, dove avevamo visto un via vai notevole e sentito profumi interessanti. Quando arriviamo centinaia di persone dormono per terra davanti la stazione. Uomini donne bambini con teli leggeri di ogni colore. Alcuni sono svegli e altri dormono, e quelli che sono svegli, spesso, sono seduti sul marciapiede con facce serie e stanche. La cosa più stupefacente è che a noi non ce ne frega niente, che a malapena ce ne accorgiamo. E non è il cibo a renderci ciechi; è l’abitudine. Davanti a questa massa di gente ci sono vari piccoli ristoranti o locali scavati in una costruzione rocciosa. Scopriamo che nessuno di loro vende cibo “occidentale”, ma solo indiano; e noi abbiamo lo stomaco che è ridotto malissimo e le papille gustative che ci fanno sognare mozzarelle di bufale nelle notti più intense. Quando mi portano uno “cheese stuff potato” (il nome mi ha fatto presagire fosse qualcosa di americano riprodotto dagli indiani), per poco non vomito. Eppure era buonissimo. I nostri corpi non sono abituati. Sarà per questo che ogni mattina mi mangio grandi quantità di nutella.

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Ci svegliamo nel primo pomeriggio dell’8. Colazione, pranzo e merenda insieme e siamo pronti ad andare. Il treno per Jaisalmer parte alle diciassette e cinquanta. Arriveremo superata la mezzanotte. Anche stavolta ci freghiamo dei biglietti General e saliamo in prima classe, la più prima delle prime classi, perché abbiamo una stanza tutta per noi come quelle stanze privilegiate nei treni degli anni cinquanta. Solo più tardi un uomo grosso e ben vestito ci raggiungerà e ci farà pagare un po’ di più per la nostra scelta di pigrizia.

Quando fumiamo alle porte dei treni, fuori è già buio. La natura è sempre più brulla; il caldo, che si mischia con l’aria condizionata del treno è sempre maggiore, ma non umido. Ci stiamo avvicinando al confine col Pakistan. Jaisalmer è l’ultima città prima del deserto. Nei giorni successivi abbiamo deciso che passeremo tre giorni e due notti nel mezzo della grande distesa di sabbia. Andremo i cammelli, anzi dromedari, ci hanno detto.

Abbiamo una gran fame quando sono solo le nove. Mancano tre ore di viaggio, siamo appena a metà. Nella nostra carrozza ci sono vari uomini tutti con delle camice bianche. Uno di loro canta al buio della sua cabina. Quando chiediamo ai controllori nella carrozza successiva se c’è qualcosa da mangiare, ci rispondo di no, non c’è un bel niente. Il treno ferma in una piccola stazione, non abbastanza piccola per essere desolata. Vedo in lontananza una bancarella illuminata. Metto un piede giù dal treno. Un ragazzo mi sorride e io gli sorrido ma penso solo a un paio di samosa. Allora gli dico se me li va a prendere a quella bancarella laggiù. “Cento rupie!”, mi dice. Sono titubante perché cento rupie sono troppe (un euro e venti, ma se vogliamo fare un calcolo approssimativo per loro sarebbero l’equivalente di dieci euro per noi). “Voglio quattro samosa”. “Ok; duecento rupie”. “No problem”, non l’ho detto, però gli ho lasciato duecento rupie. Da lontano l’ho visto girarsi e salutarmi. Era molto affidabile con la sua felpa rossa. Anch’io ho alzato la mano e l’ho salutato. I ragazzi con la camicia bianca si avvicinano e mi chiedono quanto gli ho dato. “Duecento rupie quattro samosa”. Con molta educazione mi dicono che sono uno scemo perché quattro samosa ne costano venti. Io mi metto a ridere un po’ per disperazione e un po’ per divertimento. So per certo, come magari sapevo già da prima, che il mio ragazzo dalla felpa rossa mi ha lanciato un saluto di addio, un saluto di addio a ringraziare la mia ingenuità. Monto sul treno e torno in cabina. Gabriel mi aspetta e gli racconto la storia. Poco più tardi i ragazzi con la camicia bianca decidono di portarci del cibo avanzato. Si raccomandano che è “very spicy”. Ma non ci interessa. Il karma è tornato giù dal cielo in men che non si dica, e dopo i regali di charas a preti sui monti; dopo duecento rupie per quattro samosa a uno sprovveduto passante; adesso abbiamo del riso e del dahl “very spicy”, e il nostro stomaco è pieno quando siamo a due passi da Jaisalmer.

FINE PARTE TERZA

Categories: Reportage

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